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  IL PROCESSO DI MENTALIZZAZIONE
E LA NUOVA ESPERIENZA EMOZIONALE

Lavinia Ferri*

 

Particolarmente interessante nella fase del primo anno di corso di specializzazione è stata la concezione del protomentale soprattutto in riferimento al fatto che con tale concezione è possibile evitare l’utilizzo degli assunti di base di matrice metapsicologica della psicoanalisi.
C’è da osservare che la fase di attaccamento primario viene considerata una modalità di comportamento precondizionata geneticamente come accade anche per altre specie;  e quindi non più spiegata solo in termini di energia libidica, istitnti o pulsioni.
Infatti abbiamo una visione del bambino (Bowlby) come un individuo attivo e biologicamente preadattato che ricerca precocemente scambi sociali.
L’attaccamento diviene quindi un momento fondamentale, fin dai primi istanti di vita, nella relazione che si instaura tra madre e bambino.
Questa relazione cresce e si evolve insieme allo sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino stesso.
Sempre nell’evoluzione della relazione madre e bambino avviene una graduale trasformazione della mente emotiva del bambino che è inizialmente poco organizzata  e che precede la formazione dei simboli, ossia il Protomentale, verso poi il Pensiero Inconscio.
“Quest’ultimo costituisce quindi, il risultato del primo processo di mentalizzazione, rappresentato dalla formazione prelogica e prelinguistica di immagini mentali direttamente derivate dalle relazioni primarie e fissate nella memoria implicita ed esplicita del soggetto.
Il Pensiero Inconscio, non presente alla nascita, è il livello mentale che comprende le suddette immagini mentali e produce fantasie inconsce, cioè il risultato della fusione di elementi della memoria implicita e della memoria esplicita del soggetto, organizzati (simbolizzazione) in forma originale e creativa, e che possono diventare coscienti nel materiale onirico ” (Lago, 2006).
Accanto a questo primo processo di mentalizzazione si articola un secondo processo di mentalizzazione in seguito al quale, secondo l’autore precedentemente citato, “avviene una trasformazione a partire dal Pensiero Inconscio, che richiede la maturazione completa del sistema nervoso centrale ed il raggiungimento di una capacità elevata di simbolizzazione.
Il secondo processo di mentalizzazione dà luogo al Pensiero Verbale, il quale si affianca al Pensiero Inconscio, al fine di svolgere un’attività più specifica, caratterizzata da produzioni concettuali coerenti e realizzazioni creative frutto di fantasie di veglia, direttamente derivate da fantasie inconsce.
A sviluppo ultimato, il Protomentale, pur essendo un livello evolutivo, non scompare del tutto, ma nell’adulto, si esprime con modalità emotive ed affettive e si configura come base sicura (sviluppo completo) o base insicura (sviluppo incompleto), dando luogo, nel primo caso  (base sicura) a una quota ridotta e variabile, del tutto compatibile con un equilibrio di personalità non patologico; nel secondo caso (base insicura) a manifestazioni tali da ricondurre a un equilibrio di personalità che può diventare patologico (eccesso di Protomentale).
Le manifestazioni del Protomentale possono consistere in ansia, depressione, euforia, rabbia, dissociazione, depersonalizzazione, compulsione…, cioè espressioni emotive ed affettive che appartengono al normale patrimonio di reazioni psicofisiologiche emozionali nei confronti di stimoli ambientali di vario genere, che possono agire nel corso dello sviluppo e si stabilizzano, grazie alla fissazione nella memoria implicita del soggetto, divenendo così forme reattive individuali, entro certi limiti quantitativi e qualitativi, non patologiche.
Data l’affinità con le strutture cerebrali (sistema limbico, gangli della base, amigdala, corteccia premotoria) implicate nelle emozioni, il Protomentale si presenta, quindi, come una qualità inconscia (inconscio protomentale) diversa dal Pensiero Inconscio (inconscio rimosso).
Quest’ultimo, infatti, è richiamabile alla coscienza ed eventualmente traducibile in parola (Pensiero Verbale).
Il Protomentale, invece, rimane inconscio e non trasformabile in parola; casomai evocabile mediante una nuova esperienza emozionale, a partire da una stimolazione sensoriale che riattivi la memoria implicita del soggetto”. 

Il Processo di Mentalizzazione

Avendo già definito il concetto di “processo di mentalizzazione”, risulta chiaro quanto le prime esperienze che coinvolgono il bambino nella relazione con la madre influenzeranno successivamente l’immagine che il bambino avrà di sé e quindi la sua sfera cognitiva, affettiva e relazionale.
Sono infatti le prime esperienze che il bambino vive come quelle di accoglienza, di comprensione, ascolto, rispecchiamento, contenimento, sostegno e guida che andranno a costituire in lui quella base sicura per aprirsi al mondo in maniera certa e adeguata.
Infatti le prime relazioni di attaccamento influenzano precocemente l’organizzazione della personalità, lo sviluppo e l’adattamento successivo.
Proprio per le indicazioni sommarie che ho voluto sopra esporre, ho scelto il processo di mentalizzazione come argomento da approfondire per il primo anno del corso di specializzazione, anche
per le esperienze da me acquisite in cinque anni di attività presso una comunità per minori con gravi difficoltà individuali, familiari, scolastiche, ambientali.
Facendo riferimento al processo di mentalizzazione per meè stato interessante affrontare e analizzare il modello esposto da Fonagy e Target.
Questi due autori definiscono il processo di mentalizzazione come la capacità di comprendere il comportamento interpersonale in termini di stati della mente.
Come possiamo notare essa assume un’ importanza fondamentale in quanto rende possibile l’ organizzazione del sé e della regolazione affettiva, le quali vengono acquisite nelle prime relazioni di attaccamento madre e bambino, bambino/ambiente,  nel contesto relazionale di appartenenza. 
La mentalizzazione ha una componente autoriflessiva e una interpersonale; insieme infatti forniscono la capacità di distinguere realtà esterna e realtà interna.
Alla base della mentalizzazione troviamo  la “regolazione affettiva”  come capacità di modulare gli stati affettivi.
Quest’ultima evolve poi in “affettività mentalizzata”; il soggetto infatti riesce gradualmente a sviluppare una capacità matura di regolazione affettiva e capacità di scoprire i significati soggettivi dei
sentimenti.
Essa rappresenta il nucleo del trattamento psicoterapeutico, perché rappresenta la comprensione esperienziale dei sentimenti.
Le prime relazioni oggettuali dovrebbero permettere al bambino molto piccolo la comprensione degli stati mentali propri e altrui, per generare così la mentalizzazione.
Essa viene vista come quell’acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere, non solo al comportamento degli altri, ma anche alla comprensione dei loro sentimenti, credenze, speranze, aspettative, progetti.
Il bambino attribuendo stati mentali, rende significativo e prevedibile il comportamento degli altri.
Quando il bambino impara a comprendere  il comportamento degli altri diventa in grado di mettere in atto flessibilmente, grazie ad una molteplicità di modelli rappresentazionali sé-altro, organizzati sulla base delle esperienze precedenti, il comportamento più appropriato, per rispondere in modo adattivo ai singoli scambi interpersonali.
Due le teorie strettamente connesse, che riguardano la relazione tra l’acquisizione di una comprensione della natura rappresentazionale delle menti e la regolazione affettiva

  • Teoria del biofeedback sociale del rispecchiamento affettivo dei genitori

Nella mente del bambino la sua espressione emotiva automatica e le manifestazioni emotive facciali e vocali di risposta della madre vengono a collegarsi.

    • Il controllo che il bambino riesce ad esercitare sui genitori porta conseguentemente  ad un miglioramento del suo stato emotivo.
    • La conseguente rappresentazione degli stati affettivi pone le basi per la regolazione degli affetti e il controllo degli impulsi.

Il bambino che ha bisogno di una modalità per gestire l’angoscia vede nella risposta della madre una rappresentazione del proprio stato mentale, che il bambino potrebbe interiorizzare e usare come una strategia per la regolazione dei suoi stati emotivi.
 Il caregiver sicuro ha una funzione calmante che sa combinare il “rispecchiamento” con una manifestazione incompatibile con lo stato emotivo del bambino (che forse implica il saper fronteggiare tale stato).
Anche Bion  parla della capacità della madre di “contenere” mentalmente lo stato affettivo intollerabile per il bambino e di saper rispondere con un atteggiamento di cura fisica che serve a riconoscere lo stato mentale del bambino, ma anche a modulare sensazioni e sentimenti vissuti come ingestibili.
La reazione del caregiver fornisce significato agli stati interni di credenza e di desiderio del bambino attraverso l’ elaborazione di modelli mentali di causazione come sviluppo di  un senso nucleare del Sé.

  • Teoria dell’ “equivalenza psichica”.

Con questa teoria ci riferiamo al fatto che il bambino molto piccolo equipara il mondo interno con quello esterno, non avendo ancora imparato che il mondo interno è una rappresentazione della realtà.
Questa “equivalenza” può far soffrire il bambino, nel caso in cui non avvenga una ripetuta esperienza di rispecchiamento del genitore che faccia capire al piccolo che fantasia e realtà sono distinte.
Preme qui indicare lo sviluppo normale della funzione riflessiva nei bambini dai 2 ai 5 anni :

Nella prima infanzia ci sono due modalità :

Modalità dell’equivalenza psichica.
Il bambino si comporta come se la sua realtà interna fosse equivalente alla realtà esterna e quindi la rispecchiasse, e come se
anche gli altri dovessero avere le stesse esperienze che ha lui.
Il bambino molto piccolo non ha ancora la capacità di capire la natura meramente rappresentazionale di idee e sentimenti.
Persino i bambini di tre anni vedono pensieri e credenze in sè stessi e negli altri come direttamente rispecchianti il mondo esterno.
Quando ad un bambino di tre anni viene data una spugna, dipinta e fatta a forma di roccia, le sue risposte a domande circa a che cosa l’oggetto sembra, e che cosa l’oggetto è, tendono ad essere identiche.
Si può cosi notare come ci sia equivalenza tra apparenza e realtà.
P.Fonagy e M. Target sostengono che il senso soggettivo di questa identità tra interno ed esterno è una fase universale nello sviluppo del bambino.
Tuttavia, all’interno di questa fase, la presunta realtà dell’esperienza interiore può causare ansietà anche peggiori; il bambino sente che fantasie e informazioni dal mondo esterno hanno un impatto le une sulle altre, potente, diretto e inarrestabile.
Così vi è, normalmente, una forte spinta evolutiva verso l’integrazione delle modalità dell’esperire la realtà interna ed esterna, che permetta al bambino di distinguere con maggior padronanza tra le sue esperienze interiori e quelle esterne.

Modalità del far finta.
Gli autori intendono mostrare che il gioco ha un ruolo cardine nello sviluppo del pensiero come dell’ esperienza emotiva  e soprattutto nella loro integrazione.
Un bambino può far finta che una sedia sia un carro armato e tuttavia non aspettarsi che essa spari proiettili.
Quando gioca, persino il bambino piccolo vede la propria mente come qualcosa che si rappresenta idee, desideri e altri sentimenti e quando gli viene chiesto di visualizzare un’entità non esistente egli capisce prontamente la frase:“ Fattene un’immagine nella tua testa!”.
I bambini usano la metafora della testa come container, in cui oggetti e situazioni immaginarie possono essere create ed immaginate.
Tuttavia sembra una caratteristica della modalità di pensiero di questa età, che non ci debba essere relazione tra il mondo del “far finta” e la realtà.
Ad esempio una bambina di due anni e otto mesi nel simulare il gioco della casina fatta con il lenzuolo del letto, nel giocare a far finta di preparare le patatine, fa tutti i movimenti necessari per la preparazione del pasto a base di patatine e quando il caregiver le dice che il gioco è finito, dopo aver mangiato le patatine, le dice di andare a casa con la mamma che le preparerà veramente le patatine.

Nel quarto e quinto anno, le modalità dell’ “equivalenza psichica” e del “far finta”, normalmente vengono sempre più integrate, e si struttura una modalità della realtà psichica riflessiva o “mentalizzante” dove gli stati mentali vengono vissuti come rappresentazioni.
Con questo nuovo modo di pensare a proposito delle proprie esperienze il bambino non solo mostra di capire che il comportamento suo e dei suoi oggetti ha un senso in termini di stati mentali, ma anche che è capace di riconoscere che questi stati sono rappresentazioni che possono essere fallibili, perché esse sono basate su una sola di un ampio spettro di possibili prospettive.
Per raggiungere l’integrazione di queste due modalità di esperienza, per creare una realtà psichica pienamente mentalizzante, il bambino ha bisogno di sperimentare ripetutamente tre cose: i suoi comuni pensieri e sentimenti, questi stessi pensieri e sentimenti rappresentati (pensati) nella mente dell’oggetto e la cornice rappresentata dalla normale prospettiva orientata alla realtà dell’adulto.
La “cornice” fornita dal genitore o da altri bambini, sembra una
parte essenziale di questo modello.
La mentalizzazione avviene grazie alla riflessione del bambino sui suoi stati mentali attraverso il gioco sicuro con un genitore o con un bambino più grande che voglia “stare al gioco”, così che il bambino possa vedere la sua fantasia o idea rappresentata nella mente dell’adulto,  reintroiettarla e usarla come la rappresentazione del suo stesso pensiero.
     La mentalizzazione sembra così importante in quanto:

  • Per prima cosa mette in grado il bambino di vedere le azioni della gente come cariche di significato attraverso l’attribuzione di pensieri e sentimenti.

Ciò significa che le loro azioni diventano prevedibili, cosa che a sua volta riduce la dipendenza dagli altri.
Questa è un’ mportante componente del processo di individuazione.
Per esempio il bambino di quattro o cinque anni è spesso capace di capire che cosa sta facendo sua madre e perché, senza che lei debba continuamente tenere in mente la limitatezza della prospettiva del bambino.
Ciò permette al bambino e al genitore di ottenere una sempre maggiore indipendenza fisica e psichica, dovendo far molto meno riferimento l’uno all’altro per far sì che il bambino prenda a prestito
dalla madre il suo comprendere.

  • In secondo luogo la mentalizzazione permette una distinzione tra verità interna ed esterna; il fatto che qualcuno si comporti in un certo modo non significa che le cose siano così.

Una volta che il bambino può mentalizzare è capace di manipolare le rappresentazioni mentali e può escludere dalla coscienza o modificare difensivamente le percezioni della realtà, attribuendo idee e sentimenti a sè stesso e agli altri, rendendo il suo ambiente umano più comprensibile a se stesso.

  • in terzo luogo senza una chiara rappresentazione dello stato mentale dell’ altro la comunicazione necessariamente è molto limitata;
  • in ultimo, e più importante luogo, la mentalizzazione può aiutare l’individuo a raggiungere un più alto livello di intersoggettività, in termini di esperienze più profonde con gli altri e, in definitiva, una vita vissuta come maggiormente piena di significato.

In bambini traumatizzati l’integrazione tra le due modalità è compromessa, e aspetti del “far finta” diventano parte di un’”equivalenza psichica”.
La percezione degli stati mentali propri ed altrui dipende dall’osservazione del mondo mentale del caregiver.
Tutto ciò ha un’influenza sullo sviluppo del senso di Sé:
si è visto che i bambini disorganizzati anche se acquisiscono la capacità di mentalizzazione, non riescono ad integrarla con la loro organizzazione del Sé.
Nel determinare ciò entrano in gioco diversi fattori come : il caregiver si mostra poco affidabile nel rispondere allo stato del Sé del bambino e inoltre si trova a rispondere con modalità sempre diverse nel modo di percepire e riflettere lo stato mentale dello stesso; lo stato mentale del caregiver suscita un’ansia intensa sia attraverso comportamenti che spaventano e sono indicativi di un atteggiamento ostile verso il bambino, sia attraverso comportamenti che indicano l’aver paura, anche paura del bambino stesso; ciò che osserva il bambino non è la rappresentazione dei propri stati mentali nella mente dell’altro, bensì gli stati mentali di quel particolare altro che minaccia il suo Sé.
I bambini in questo senso diventano lettori acuti della mente dell’altro, ma mediocri lettori della propria.

Quando parliamo del maltrattamento esso interagisce a due livelli con le restrizioni della funzione riflessiva :

  • spinge il bambino a non assumere la prospettiva dell’altro, che è minacciante;
  • il bambino è privo della resilienza, nel senso che egli non possiede la capacità di capire situazioni interpersonali.

Per i bambini maltrattati inoltre sembra che le esperienze fisiche acquistino un’importanza maggiore e ciò potrebbe paradossalmente spingerli a cercare una maggiore vicinanza fisica con un potenziale abusatore.
Infatti sembra che la loro capacità di adattarsi, modificare o evitare il comportamento dell’abusatore sia limitata dalle loro ridotte capacità di mentalizzazione.
L’abuso, in modo particolare all’interno della famiglia, impedisce al bambino di valutare e modificare le rappresentazioni degli stati mentali che tendono a diventare rigide, disadattive, inappropriate e quindi potrebbero essere parzialmente perse o del tutto abbandonate. 

L’ attaccamento insicuro può essere visto come l’identificazione del bambino con il comportamento insicuro della madre :

  • una madre distanziante potrebbe fallire nel rispecchiare l’angoscia del bambino, o a causa delle esperienze dolorose che questa evoca in lei o perché è carente nella capacità di creare un’immagine

coerente dello stato mentale del bambino.

  • una madre preoccupata  invece potrebbe rappresentare lo stato del bambino in modo amplificato o insufficiente, o in modo complicato dalla precedente esperienza con l’ambivalenza del proprio genitore.

In entrambi i casi il bambino interiorizza l’atteggiamento del caregiver e tale esperienza di disarmonia diventa il contenuto dell’esperienza del sé.

In base a quanto detto dal tipo di relazione di attaccamento che si instaura con il bambino potremmo così avere alcune possibili evoluzioni patologiche.

  • Nel disturbo Borderline di personalità il caregiver ha una reazione emotiva eccessivamente realistica; per il bambino un’esperienza interna diventa improvvisamente esterna.

In tale  disturbo possiamo avere perdita di confine sé-altro, labilità emotiva, enactments e intensa dipendenza.
Il compito del terapeuta, quindi, con alcuni pazienti borderline, è di mettere in evidenza il carattere rappresentazionale del loro mondo interno e diminuire l’equivalenza psichica.

  • Nel disturbo narcisistico del carattere il rispecchiamento affettivo è intenso, ma non contingente, il bambino si formerà una rappresentazione incongruente con lo stato emotivo e con il tempo potrebbe cominciare a sentirsi falso e vuoto.
  •  Nel Sé estraneo il caregiver manca di sensibilità e sintonizzazione con il bambino; il bambino non riesce a trovare se stesso nella mente della madre, ma trova lei ( Winnicott, 1967).

Il bambino interiorizza lo stato mentale della madre, che rimane però un “oggetto-sé estraneo”.
Il Sé estraneo verrà trattato tramite l’esternalizzazione, quindi l’identificazione proiettiva, che porterà il bambino a manipolare il genitore, per tentare di controllare quella parte del Sé sentita come estranea.
In tale disturbo si potrebbero manifestare: scissione, identificazione proiettiva e forte dipendenza.

La nuova esperienza emozionale

Un altro punto importante da affrontare è l’argomento relativo alla nuova esperienza emozionale in quanto vista come strumento di intervento sul protomentale  direttamente nelle modalità relazionali e comportamentali.
La nuova esperienza emozionale sembra essere un intervento prezioso in quanto permette alla persona la possibilità di instaurare
un nuovo tipo di relazione con il terapeuta, che può diventare nuova base sicura attraverso la quale poter riuscire a dare nuovi contenuti alla organizzazione e rappresentazione del proprio Sé.
Aspetto questo molto importante perché grazie ad un nuova organizzazione del proprio Sé, il soggetto sviluppa modalità più funzionali e adeguate sul piano cognitivo, affettivo e relazionale.
Secondo la  nuova esperienza emozionale si tratta di esporre il paziente, sotto circostanze più favorevoli, a situazioni emotive che lui non potè  affrontare nel passato.
Il paziente, per essere aiutato, deve poter passare attraverso una esperienza emozionale correttiva adatta per riparare l’influenza traumatica di esperienze precedenti.
È stato rilevato che è di importanza secondaria se questa esperienza correttiva ha luogo durante il trattamento nella relazione transferale, o parallelamente alla terapia nella vita quotidiana del paziente.
Il più semplice esempio di una tale esperienza correttiva è offerto dalla procedura della narcosintesi.
Il paziente nella narcosi rivive nella fantasia i pericoli del combattimento che lui nella realtà era stato emotivamente incapace di padroneggiare.
Poiché la narcosi e la presenza del terapeuta di cui si fida riducono la sua ansia, il paziente diventa più capace di far fronte alla situazione a cui aveva dovuto soccombere.
Il carattere della relazione transferale è unico in quanto il paziente ha l’opportunità di mostrare una grande varietà di modalità comportamentali.
E’ importante rendersi conto che in questa relazione diventa possibile padroneggiare un conflitto irrisolto, non solo perché il conflitto transferale è meno intenso di quello originario, ma anche perché l’analista assume un atteggiamento diverso da quello che il genitore aveva assunto verso il bambino nella situazione conflittuale originaria.
Mentre il paziente continua ad agire secondo modalità transferali non più attuali, le reazioni dell’analista si conformano strettamente alla situazione terapeutica reale.
In questo senso l’arena terapeutica appare come un incontro di
pugilato in cui il paziente si scontra con un gioco d’ombre, e così il terapeuta ha l’opportunità di aiutare il paziente sia a vedere intellettualmente che a sentire la irrazionalità delle sue reazioni emotive.
Nello stesso tempo, l’atteggiamento obiettivo e comprensivo dell’analista permette al paziente di gestire differentemente le sue reazioni emotive e di compiere  nuovi assestamenti del vecchio problema.
La vecchia modalità era un tentativo adattivo da parte del bambino nei confronti del comportamento genitoriale.
Quando un collegamento (la risposta genitoriale) in questa relazione interpersonale è cambiato attraverso lo strumento della persona del terapeuta,  la reazione del paziente diventa priva di senso.
Dato che l’atteggiamento del terapeuta è diverso da quello della figura d’autorità del passato, egli dà al paziente una opportunità di far fronte ripetute volte, sotto circostanze più favorevoli, a quelle situazioni emotive che erano precedentemente intollerabili e di gestirle in un modo diverso da quello precedente.
Ciò può esser ottenuto tramite esperienze reali nella relazione del paziente con il terapeuta; l’insight intellettuale da solo non basta.
È comunque indispensabile che il terapeuta abbia una chiara comprensione dello sviluppo genetico delle difficoltà emotive del paziente in modo da poter ricreare le situazioni conflittuali originarie dalle quali il paziente si era ritirato.
Più il terapeuta comprende con precisione la dinamica ed è così capace di riattivare gli atteggiamenti precedenti, più adeguatamente egli può fornire, col suo proprio atteggiamento, le nuove esperienze necessarie per produrre risultati terapeutici.
Un terapeuta completamente neutrale non esiste nella realtà, né sarebbe desiderabile.
Mentre è necessario che il terapeuta mantenga un atteggiamento sempre obiettivo e supportivo, all’interno di questo atteggiamento è possibile una grande varietà di risposte al paziente.
Reazioni spontanee agli atteggiamenti del paziente spesso non sono desiderabili per la terapia, dato che possono ripetere l’impazienza o la sollecitudine dei genitori che causarono la nevrosi, e non possono quindi costituire l’esperienza correttiva necessaria per la guarigione.

 

IL CASO DI JEAN VALJIEAN

Ogni lettore conosce il classico esempio di esperienza emozionale correttiva ne I Miserabili di Victor Hugo (1862). Nel resoconto della conversione di Jean Valjiean, Hugo anticipò il principio fondamentale di ogni psicoterapia che mira a stabilire un profondo cambiamento nella personalità del paziente.
Si ricorderà che Jean Valjiean, l’ex carcerato, subì un drammatico cambiamento di personalità a causa della straordinaria inaspettata gentilezza del vescovo che aveva tentato di derubare.
Mentre era ancora stordito per essere stato trattato per la prima volta in vita sua meglio di quanto si meritasse, Valjiean incontrò il piccolo Gervasino che suonava un piccolo organetto a manovella in strada.
Quando la moneta da due franchi del piccolo cadde a terra, l’ex carcerato mise il piede sulla moneta e si rifiutò di restituirla.
Sebbene il bambino piangesse e supplicasse disperatamente, Valjiean rimase come pietrificato.
In uno stato mentale paralizzato e totalmente confuso, era incapace di togliere il piede dalla moneta.
Solo dopo che Gervasino se ne andò disperato, Valjiean si risvegliò dal suo torpore.
Allora corse dietro al ragazzo in uno sforzo frenetico di rendere buono il suo gesto cattivo, ma non lo potè trovare. Questo fu l’inizio della sua conversione.
La percezione dinamica di tale evento, fu che l’azione del vescovo era un violento attacco al precario equilibrio emotivo di Valjiean, che consisteva nell’essere crudele verso un mondo crudele, ed Hugo vide che Valjiean  in risposta dovette ristabilire il suo equilibrio in una vendicativa insistenza nell’essere cattivo.
In questo, Hugo descrive un esperienza ben conosciuta in psicanalisi: ogni qual volta un sintomo o un atteggiamento nevrotico è attaccato dalla terapia, di solito avviene una recrudescenza del sintomo prima che il paziente sia capace di abbandonarlo del tutto.
Lo psicanalista esperto conosce questa tempesta prima della calma, questa esacerbazione della condizione morbosa che precede il miglioramento, e osserva con impaziente aspettativa la sua apparizione.
Questo capolavoro di analisi psicodinamica fu scritto nel 1862 da Victor Hugo.

 

Il lavoro esposto è la continuazione logica di una tendenza in psicoterapia che cominciò con la scoperta da parte di Freud del fenomeno del transfert come agente dinamico del processo curativo.
Detto più semplicemente, il principale risultato terapeutico di tale lavoro, è la conclusione che il paziente per essere liberato dalle sue modalità nevrotiche di sentire ed agire, deve subire nuove esperienze emotive adatte a disfare gli effetti morbosi delle esperienze emotive della sua vita precedente.
Risperimentare il vecchio conflitto irrisolto ma con una nuova conclusione sembra essere il segreto di ogni penetrante risultato terapeutico.
Solo la reale esperienza di una nuova soluzione nella situazione trensferale o nella vita quotidiana, dà al paziente la convinzione che una nuova soluzione è possibile e lo induce ad abbandonare le vecchie modalità nevrotiche.
Con la ripetizione, queste reazioni corrette gradualmente diventano automatiche; l’Io infatti sembra accettare i nuovi atteggiamenti e li integra nella personalità globale.
Nella relazione paziente-terapeuta, il terapeuta ha un’opportunità rara di fornire al paziente proprio quel tipo di esperienza correttiva di cui ha bisogno per guarire.
Come ho avuto modo più volte di osservare, la tecnica psicanalitica standard è solo una delle molte possibili applicazioni dei principi psicodinamici fondamentali che possono essere utilizzati per questo tipo di training emotivo.
È importante ricordare che le esperienze emozionali non sono confinate alla situazione terapeutica; fuori dalla terapia il paziente ha esperienze emozionali che lo influenzano profondamente.
L’esperienza emozionale correttiva all’interno della situazione transferale, rende il paziente capace di tollerare o di risolvere con successo esperienze di vita cui era stato incapace di far fronte precedentemente, e l’influenza del trattamento è  rinforzata da simili successi.
Ad una certa fase di ogni terapia sarà desiderabile che il paziente traduca in reali esperienze di vita, senza il supporto del terapeuta, le sue modalità di reazione acquisite in terapia.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Alexander F, French TM (1946) Psychoanalytic therapy: principles and applications. NY: Ronald Press
  • Fonagy P, Target M (2001) Attaccamento e funzione riflessiva. Cortina, Milano.
  • Lago G (2006)  “La psicoterapia psicodinamica integrata: le basi e il metodo” Alpes Italia Srl

 

* Tesina del I anno (2007) del Corso di Specializzazione in Psicoterapia IRPPI