Giovedì, 11 Settembre 2014 00:00

Intervista sul delitto di Collemarino

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Dopo l'incredibile vicenda di Collemarino (Ancona) nella quale Luca Giustini, un ferroviere di 34 anni ha ucciso con un coltello la figlioletta di 18 mesi, ci si torna a interrogare sul raptus di follia e su come inquadrarlo in questa e in altre situazioni simili di cui la cronaca ci ha presentato gli spiacevoli dettagli.

Chiediamo ragguagli al dott. Giuseppe Lago, psichiatra e psicoterapeuta, che già si è espresso in altre vicende come quelle di Yara e di Motta Visconti.

Dott. Lago ci risiamo col raptus? Che cosa è avvenuto a Collemarino? Come è possibile che un "padre affettuoso" compia un delitto così terribile e si chieda subito dopo: cosa ho fatto?

Dovrei dire: ci risiamo col "padre affettuoso". Nel senso che la definizione è quella acquisita da un certo tipo di persone: vicini di casa, colleghi, conoscenti, ma non da chi è in grado di valutare in modo approfondito la personalità del "padre affettuoso" prima del tragico evento. Certo, la moglie e i conoscenti sostengono che non c'erano dissapori evidenti. Forse, però, qualche elemento caratteriale sarà emerso nel ménage della giovane coppia e, come al solito, il disturbo di personalità esistente nell'autore del tremendo delitto sarà stato sottovalutato, o derubricato nella alquanto generica categoria dello stress o della "depressione".

Quindi, ancora una volta ci sarebbe un disturbo di personalità non evidenziato e in grado di esplodere alla, prima occasione di scompenso?

Non è la stessa cosa che avere una bomba innescata. I familiari, gli intimi hanno l'opportunità di notare quei tratti di personalità che potrebbero complicarsi in comportamenti a rischio. Quando l'attenzione è alta e la sottovalutazione assente, le persone come l'autore del delitto in questione, tra l'altro macchinista delle ferrovie, dovrebbero essere studiate dal punto di vista clinico, cioè sottoposte a valutazioni psicologiche o psichiatriche e avviate verso un percorso terapeutico, anche farmacologico, in grado di condurli alla prevenzione di reazioni impulsive della gravità di quella di cui parliamo.

Nonostante l'insufficiente attenzione alla prevenzione, non si può negare che da qualche tempo i casi di questo genere, con delitti efferati che nascono nel contesto di una relativa normalità sono all'ordine del giorno, non le pare?

Questo è vero e possiamo inquadrare la cosa in termini socio-antropologici. Purtroppo la cronaca è da diversi anni che vede accadere delitti di questo genere nel contesto familiare. Di fronte al delitto, però, l'atteggiamento dell'opinione pubblica, ormai rappresentata dai mass media, è diventata nel tempo troppo permissivo e tendente a giustificare atti così estremi, concedendo attenuanti e perdoni. Anche la giustizia, pensiamo soltanto al caso di Cogne, si adatta al giustificazionismo, per cui anche se c'è una pena da espiare, si finisce per concedere sconti e regimi carcerari leggeri.

Dott. Lago, lei sta sostenendo che le pene dovrebbero essere più severe per questi delitti impulsivi?

Non sono un giurista, però so come funziona la mente di una persona affetta da un disturbo di personalità. Nella mente di queste persone manca quel senso della misura, quel limite che tutte le persone possiedono e che impedisce di passare all'atto, anche quando la rabbia o gli impulsi si impadroniscono della mente. La psicoanalisi, per esempio, ha parlato di Super-io, una istanza mentale malfamata nel campo della repressione sessuale, ma in questo caso assai utile in quanto può contribuire a reprimere l'aggressività, con gran beneficio per le relazioni sociali. Ecco, la mancata giusta condanna e, di conseguenza, l'espiazione scontata per delitti che si ripetono troppo negli ultimi tempi potrebbe "allentare" quel blocco automatico comportamentale che perlomeno risparmierebbe queste tragedie alle famiglie.

Se non ho capito male, dott. Lago, lei sosterrebbe una minore clemenza per i gesti impulsivi violenti, per evitare una specie di effetto domino, con l'incremento dei comportamenti imitativi e di una sorta di "adattamento" e rassegnazione al corto circuito, al raptus.

Esatto. Sono uno psichiatra e la comprensione la vorrei esercitare sulle angosce, le paure, gli impulsi inespressi, ovvero le idee di aggressività, per potere curare e restituire al soggetto la sua capacità di scelta di non commettere azioni di questa assoluta gravità. Invece mi trovo costretto a prendere atto di questi delitti, rispetto ai quali non dovrei condannare ma comprendere. Naturalmente, assicurerei a queste persone le cure psichiatriche e psicologiche necessarie, ma il loro gesto dovrebbe essere espiato di fronte alla società con una condanna esemplare, in grado di sottolineare la gravità del gesto, per aiutare chi non ha il corretto autocontrollo a mantenerlo, anche se con una pena pesante come deterrente.

Secondo lei, dott. Lago, non esiste l'incapacità momentanea di intendere e di volere?

È un discorso assai dibattuto in psichiatria forense. Una volta si pensava che la mente coincidesse con la lucidità della coscienza, oggi è ben chiaro anche alle neuroscienze che la mente è anche inconscia. Se si continuano a giustificare i comportamenti impulsivi, definendoli involontari perché irrazionali, si entra a pieno titolo nel conflitto perenne tra emozioni e pensiero e si accetta che una parte della nostra mente non ci appartenga, mentre in realtà saremmo in grado di riconoscere, non dico risolvere, il conflitto tra ragione e impulsi. Una società che si rispetti dovrebbe indurre nei cittadini il rispetto dei limiti e il senso della misura. Gli strumenti, come al solito, sono: la prevenzione, attività alla quale mi dedico io come psichiatra, e la repressione, che dovrebbe essere esercitata dai giuristi ma anche, e soprattutto, dall'opinione pubblica.

A cura di Giuseppe Giovanni Colombo

 

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