Giovedì, 11 Settembre 2014 00:00

INTERVISTA SUL DELITTO DI MONASTERACE

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Ennesimo femminicidio in Calabria, a Monasterace. Una donna di 31 anni, Mary Cirillo, stroncata con un colpo di pistola dal marito, coetaneo e padre dei suoi quattro figli, la prima delle quali di 10 anni fa la triste scoperta del corpo della madre.

Chiediamo al dott. Giuseppe Lago, psichiatra e psicoterapeuta, già interpellato nei casi di Motta Visconti e Yara, un parere sulla vicenda e sui protagonisti, ancora una volta una coppia in crisi, e sulla vittima, ancora una volta una donna.

Con questo delitto stiamo di nuovo a chiederci vari perché, anche se innanzitutto ci chiediamo se si poteva evitare. In che modo uno psichiatra ci può aiutare a comprendere?

Al di là dell'ennesima vicenda di un delitto familiare, con una donna come vittima, possiamo fare solo delle ipotesi, basandoci sui pochi dettagli che emergono dalla cronaca. Il primo, mi sembra eclatante, lo troviamo nell'espressione decisa che esprime il volto della vittima nella foto del suo spazio facebook, nel quale campeggia la scritta "Stop al Femminicidio, no alla violenza sulle donne", un segnale evidente di un atteggiamento combattivo e motivato da esperienze dirette. È quindi presumibile che Mary fosse stata sottoposta a violenze, probabilmente nel corso di litigi e discussioni col marito. Qui si apre un capitolo. Se questo fosse vero, Mary non avrebbe dovuto ricorrere solo a una pagina facebook per alludere al suo caso, ma perlomeno riportare la cosa in un contesto di mediazione familiare, dove la dinamica violenta si sarebbe potuta inquadrare in modo più chiaro, permettendo a un esperto di responsabilizzare i componenti della coppia, anche in presenza di contrasti e disaccordi.

Quindi, se non ho capito male, lei dott. Lago ci sta dicendo che il disaccordo e l'eventuale violenza erano in atto da chissà quanto tempo, ma l'atteggiamento combattivo della vittima sta a significare che teneva il punto con un marito aggressivo e intollerante ma non voleva compromettersi in una denuncia diretta.

Pressappoco il succo è questo. Probabilmente, i familiari e gli amici intimi potrebbero ricostruire la dinamica conflittuale che ha portato all'escalation e alla reazione finale di un uomo chiaramente esasperato e confuso. Infatti, compie il delitto a mente calda, incurante del chiasso che preoccupa i vicini, i quali chiamano i carabinieri, quindi scappa con l'auto che lascia con le chiavi inserite e il portafoglio sul cruscotto. Un uomo in preda a una reazione violenta che, senza in alcun modo giustificarlo, sembra scaturire da un lungo e articolato tour de force, fatto di continui scontri e sadismi manifestati e tollerati all'interno della relazione.

Lei, quindi dott. Lago, tende più a spostare l'attenzione sulla dinamica di coppia piuttosto che sul delitto contro la donna.

Naturalmente, c'è da sottolineare che le vittime della violenza fisica sono sempre donne, il che sul piano socio-antropologico mette in rilievo la discrepanza tra comportamenti improntati alla modernità, secondo i quali la parità tra i sessi è scontata, e radici culturali che restano arcaiche, dove la donna è ancora oggetto di possesso e di controllo da parte dell'uomo. Se però ci spostiamo in un contesto relazionale, notiamo che le cose sono meno definite, e l'uomo e la donna risultano invischiati in dinamiche nelle quali è difficile individuare con precisione di volta in volta chi è la vittima e chi il carnefice. Nel senso che si instaurano relazioni circolari, dove la violenza psicologica è da ambo la parti, ed è quasi sempre all'origine di scontri che possono avere la conclusione distruttiva che vediamo nella cronaca.

Cioè, quello che lei sostiene dott. Lago, è che l'esecutore materiale del delitto è quasi sempre l'uomo, ma c'è una strana complicità tra aggressore e vittima, la quale trova conferma nelle dinamiche che precedono il delitto stesso.

Ovviamente ribadisco che non voglio mettere sullo stesso piano assassino e vittima. Però le radici dell'evento delittuoso vanno cercate nella relazione disturbata e perversa che spesso precede quel momento estremo nel quale la mano dell'assassino colpisce. Certo, l'abitudine al comportamento violento è in gran parte maschile ma stiamo dicendo che certe relazioni potrebbero essere individuate nella loro patologia prima di dare luogo a exploit così distruttivi.

Una terapia di coppia potrebbe risolvere ed evitare le conseguenze di relazioni conflittuali violente?

Sicuramente evitare le conseguenze. Sarebbe un malinteso se la terapia di coppia venisse considerata come il luogo della riconciliazione e della pace. In realtà è il luogo del dialogo corretto e della verifica dei presupposti per continuare una relazione di coppia. Per cui può anche essere il luogo dove si esprimono i conflitti e si contengono gli impulsi distruttivi, pervenendo comunque all'accordo di interrompere la relazione stessa, per il bene dei coniugi e dei figli.

Che cosa pensa che farà, dott. Lago, l'uomo che è in fuga dopo aver ucciso la giovane moglie?

Purtroppo il suo destino è segnato. Non potrà che costituirsi e sottoporsi al giudizio che la legge prevede. Forse riusciranno a dargli delle attenuanti ma la sua vita rimarrà segnata per sempre. Nella migliore delle ipotesi dovrà attraversare un lungo periodo di depressione, nella peggiore tenterà di far finta di niente cercando giustificazioni e ritardando inutilmente i conti con se stesso.

 

A cura di Giuseppe Giovanni Colombo

Read 3463 times Last modified on Martedì, 03 Novembre 2015 09:24

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