BASAGLIA E LA SUA LEGGE TRA PSICOANALISI E PSICOTERAPIA

Giuseppe Lago

 

Tratto da           QUALE FUTURO PER LA 180?

a cura di Stefano Carta e Piero Petrini  Magi 2005

 

Apparentemente, pochi elementi mettono in relazione il pensiero di Basaglia espresso nella legge 180 con la Psicoanalisi.

Se la legge scaturisce da un movimento che nasce tra le mura dell’Ospedale Psichiatrico per abbatterle e diminuire la distanza tra l’anomalia del disturbo mentale e la norma della società che esclude coloro che non esercitano l’esame di realtà, il movimento psicoanalitico cresce e si sviluppa fuori dal contesto manicomiale, dapprima nell’accogliente casa borghese di Anna O., poi nello studio confortevole del dottor Freud e negli spazi dedicati alla relazione terapeutica, d’allora in poi definiti, insieme alle modalità che ad essa fanno capo, con il termine setting.

Un altro aspetto che depone a sfavore di una correlazione diretta tra il pensiero che ispira la 180 e il metodo psicoanalitico sta in quella fondamentale linea di demarcazione, che lo stesso Freud traccia, tra coloro che fanno transfert e coloro che sono inaccessibili alla relazione terapeutica: gli psicotici chiusi in un narcisismo irriducibile.

Se togliamo, quindi, la breve stagione dell’ “idillio” tra la scuola di Eugen Bleuler e la nascente ricerca psicoanalitica, situazione che vede Jung in una posizione di rilievo, il percorso della Psicoanalisi è in genere extramurario per scelta e vocazione, ma anche per la stessa caratteristica del dispositivo di cura, il quale prevede che analista e analizzando siano liberi di interagire e di stabilire un contratto al di fuori dell’istituzione. Certo, la stagione del Burghölzli ha permesso un importante passaggio di concetti psicoanalitici nella psicopatologia tradizionale ed ha contribuito alla nascita di una nuova psicopatologia dalla quale non fosse esclusa la realtà inconscia (“o latente …se si teme la parola…”,Bleuler, 1911).

La Psicoanalisi ha scelto il campo aperto del confronto con il disturbo psichico che nasce e rimane nella società, quel disturbo psichico che non intacca l’esame di realtà ma si esprime con il sintomo o con quel vago senso di insoddisfazione che spinge una persona a sdraiarsi su un lettino più volte a settimana, volgendo le spalle all’interprete di una realtà diversa, che gli appartiene ma che egli stesso non vede.

Ai tempi della pubblicazione della legge 180, Psichiatria e Psicoanalisi erano due mondi diversi, almeno in Italia, ciascuno col suo ambito e le sue competenze. Gli psichiatri che si interessavano alla Psicoanalisi erano indotti a perdere la motivazione al lavoro asilare e, all’inizio, finivano per lasciarsi alle spalle il manicomio e le sue mostruosità, rischiando di perdere con esso un’identità consolidata, per assumere un’identità professionale più vaga e pericolosamente oscillante, nell’immaginario collettivo, tra il mestiere del curatore di anime e quello di guaritore. Coloro che rimanevano a lavorare nel manicomio progettavano interessanti applicazioni del metodo psicoanalitico o si facevano influenzare da quest’ultimo per introdurre un senso nel non senso opprimente della malattia mentale.

La figura del consulente psicoanalista cominciava a far parte di alcune illuminate direzioni di ospedali psichiatrici, già prima della riforma Basaglia. Tuttavia, poche, illuminate esperienze non riuscivano a destabilizzare un’istituzione manicomiale votata innanzitutto a custodire i malati, dopo averli esclusi in modo radicale dalla società nella quale la malattia era esordita. Qualcuno capì e si sforzò di far capire a tanti altri che l’istituzione, benché si chiamasse ospedale, non era nata per curare i malati, ma per rinchiuderli in un mondo a parte, dimenticandoli o lasciandoli uscire da una trama larga, dopo aver fatto vivere loro l’esperienza del manicomio.

I concetti psicoanalitici non potevano attecchire, né la cultura relativa implementare lo spazio interno di chi ne veniva in contatto, in quanto il manicomio era un’organizzazione fondata sul principio astratto del difetto della personalità, ossia il principio esattamente opposto al principio dinamico. Il manicomio pre 180, quindi, non forniva appigli né ricezione a chi si poneva al suo interno in un’ottica esclusivamente psicodinamica. Per abbattere il manicomio occorreva richiamarsi a una visione più sociale dell’uomo, bisognava contrapporre un umanismo esistenziale, laddove le teorie neuropsichiatriche del tempo ponevano la malattia mentale come un difetto ereditario, un errore della natura, produttore di mostri o vite anomale destinate al declino.

Basaglia non fu solo. Raccolse la spinta culturale che animava l’Italia e la indirizzò a piene mani contro la più stantia e radicata delle istituzioni. In questa spinta potente, tale da produrre la legge per la salute mentale tra le più avanzate del mondo, era ovviamente presente anche il lavorio prodotto da quaranta, cinquant’anni di Psicoanalisi.

Anche se Basaglia non era uno psicoanalista, sapeva sicuramente cogliere lo stimolo di una ricerca già avviata nella società, con il risultato di mettere in discussione le certezze della coscienza comune e aprire la disponibilità verso un mondo di emozioni e affetti fino ad allora temuto ed esorcizzato.

Basaglia si trovò nella speciale condizione di doversi innanzitutto opporre a un modo distorto di affrontare la follia, scoprendone peraltro il disegno funzionale classista da parte del ceto dominante nei confronti del ceto svantaggiato. In questo senso, il percorso della 180 e del suo ideatore procede parallelo a quello della Psicoanalisi, seppure con qualche punto di contatto nel contesto di una divergenza dichiarata e fortemente polemica.

Il principale punto di contatto ci sembra quello di aver procurato, da parte della legge Basaglia, l’apertura del manicomio esterno alla società, laddove si può dire che il movimento psicoanalitico abbia contribuito ad aprire il “manicomio interno” sia all’individuo che alla società stessa.

Basaglia e la Psicoanalisi

Tuttavia, al di là di questo incontro ideale, le opinioni di Basaglia sulla Psicoanalisi non lasciano adito a dubbi circa l’incompatibilità da lui ritenuta tra la propria posizione pragmatica e quella del mondo psicoanalitico, tacciato di tendenze all’esercizio di una manipolazione delle coscienze non molto dissimile dalla manipolazione religiosa.

“Oggi il mondo è diventato laico, per cui il prete è diventato lo psicoanalista. Ma direi che c’è una differenza fra il prete e lo psicoanalista…mentre il prete confessa tutto il mondo, borghesi e proletari, lo psicoanalista confessa solo i borghesi…” (Basaglia, 1979)

Basaglia rimane molto attaccato alla sua posizione critica nei confronti della Psicoanalisi, non entrando nel merito di una confutazione teorica ma prendendo di mira la posizione pratica, politica, di schieramento sociale dell’istituzione psicoanalitica.

“Penso che Freud sia stato uno dei grandi di questo secolo per due ragioni: perché disse agli uomini che c’è qualcosa che non conoscono di sé, cioè l’inconscio, elemento estremamente importante da capire per la vita dell’uomo, e perché è stato l’uomo che ha fatto sentire nella soggettività l’odore, il cattivo odore della borghesia che stava morendo. Per me Freud è stato un grande sociologo, un grande politico proprio per questa ragione, perché la partenza della sua teoria nasce dallo studio di un meccanismo politico. Da qui è nata una teoria su cui si può essere d’accordo o meno. Io non sono d’accordo sostanzialmente perché non si può distinguere fra psicoanalisi e istituzione psicoanalitica, sarebbe come distinguere fra cristiani e Chiesa cattolica…Penso che la psicoanalisi abbia al suo interno e nella sua logica dei principi attivi molto importanti, ma non sono d’accordo con gli psicoanalisti perché hanno trasformato la psicoanalisi in una multinazionale.” (ivi)

La posizione di Basaglia sulla Psicoanalisi, quindi, rimane fissata su questa oscillazione: da una parte il pensiero di Freud riconosciuto valido nella sua capacità di suscitare contraddizioni in seno alla società borghese, dall’altra parte la prassi psicoanalitica, orientata sulla necessità di operare un controllo “che riproduce i codici di riferimento della borghesia attraverso la tecnica…una tecnica – aggiunge Basaglia – che è nata nel segno, nel linguaggio della borghesia, e dunque io penso che la psicoanalisi sia uno strumento di riproduzione della borghesia piuttosto che un apparato repressivo vero e proprio.” (ivi)

Il problema della tecnica si riallaccia, nel pensiero di Basaglia, alla questione del potere nella terapia e alla contraddizione tra potere e sapere.

“Il campo della psichiatria è forse l’esempio più semplice per capire questa contraddizione. Possiamo dire che dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante: non sa niente ma compensa questa carenza con il potere. Nel manicomio questo è evidente. Ci sono poi i vari psicoanalisti, psicoterapeuti, psichiatri ecc. Ognuno tenta di dare una risposta a quello che è la malattia mentale, ma se noi parlassimo con ciascuno separatamente ci sentiremmo dire che non sanno ciò che è la follia, e qualcuno ammetterà anche che la relazione con il paziente è una relazione di potere. L’esempio dello psicoanalista è il più tipico. Uno psicoanalista che volesse tenere col proprio paziente una relazione diversa, alternativa, dovrebbe mettere in discussione il suo potere in ogni seduta.” (ivi)

Anche nel caso della questione del potere, la posizione di Basaglia non è univoca. Egli si rende conto che la critica alla prassi psicoanalitica come attività a favore di un’unica classe sociale è generica e parziale e non può comunque escludere la validità di un metodo che esalta la relazione interpersonale e la reciprocità tra curante e paziente.

“Nel manicomio la condizione di potere del medico e di dipendenza del malato non dà alcuna possibilità di mettere in atto una terapia…Perché nel manicomio non si può praticare alcuna terapia, data la relazione di potere del medico sul malato. La terapia ha senso quando c’è reciprocità fra malato e medico. La terapia analitica come mezzo di gestione è molto significativa in questo aspetto. All’interno della terapia analitica la cosa più importante è il denaro, cioè il fatto che il paziente deve pagare. Questa situazione – e non sto dicendo che sia giusta o sbagliata – pone medico e paziente in una posizione di uguaglianza: il medico ha degli obblighi per via del denaro che riceve, e il paziente ha dei diritti per via del denaro che gli dà. Questa è una situazione di reciprocità perché tutti e due sono impegnati nel trattamento terapeutico.” (ivi)

Anche a proposito del termine terapia, Basaglia rimane in una posizione interlocutoria, nella quale tende a mettere in primo piano i problemi pratici di una società ingiusta, da migliorare, e di un’istituzione violenta, il manicomio, da eliminare. E dopo, soltanto dopo, propone di parlare di tecnica o terapia che dir si voglia. Per Basaglia sembra possibile poter scindere il problema strutturale organizzativo dell’istituzione e il problema sociale delle relazioni di potere, dalle dinamiche interpersonali e intrapsichiche presenti nella vita dell’individuo e dei gruppi.

“Penso che noi dobbiamo tenere in piedi contemporaneamente le due situazioni, i due ruoli, quello tecnico e quello di militante politico. Nel momento in cui io porto una persona a prendere coscienza delle contraddizioni in cui vive, non sto facendo un’azione tecnica ma politica. E’ vero che io esplico così anche il mio essere psichiatra…penso che in un certo senso la logica terapeutica e la logica della lotta di classe siano due cose molto vicine, e solamente con dei passi avanti nella lotta di classe si potrà creare un nuovo codice per una nuova scienza, una scienza che sia al servizio del malato.”

L’anelito per una “ nuova scienza” di là da venire cerca di compensare, nel pensiero di Basaglia, il vuoto assoluto sulla possibilità di agire terapeuticamente sui disturbi mentali, sia in termini preventivi, per i quali l’unica ricetta è quella politica (“…credo che una delle principali prevenzioni della follia e della malattia mentale sia la lotta contro la miseria” , ivi), sia in termini ordinari, per i quali, pur ammettendo l’esistenza di una terapia possibile, non si allontana da un’analisi socio-politica, che tende a svalutare in modo ideologico la componente economica del trattamento psicoanalitico.

“Si può parlare di terapia solamente riferendosi alle classi medie e alte, perché queste classi posseggono i mezzi di produzione e con questi mezzi creano istituzioni in cui potersi riabilitare. Vi sono cliniche per malattie mentali che mantengono sempre una situazione di scambio, dove ci sono persone pagate che sono disponibili a riabilitare una persona malata di mente che ha i soldi per il trattamento. Abbiamo l’esempio dell’esercito di psicoanalisti che sono pronti a prestare servizi, pagati profumatamente, a chi va nel loro ambulatorio.” (ivi)

L’azione di denuncia di Basaglia va certamente inquadrata nel contesto acceso delle lotte politiche degli anni ’70 del Novecento, e al 1979, in particolare, a pochi mesi dalla morte, cui risalgono queste affermazioni.

Tuttavia, il discorso critico di Basaglia nei confronti della Psicoanalisi è anche culturale e non solo politico. Egli è convinto che esista un “codice di pensiero borghese” che impedisce alla Psicoanalisi di uscire, come metodo terapeutico, dalla ristretta cerchia dei privilegiati per i quali è stato creato. Nella critica di Basaglia, compaiono le propaggini della vexata quaestio tra intervento istituzionale ed extraistituzionale, tra pubblico e privato, tra il piombo della Psicoterapia e il contrapposto oro della Psicoanalisi, tutte opposizioni tra fattori complementari, cioè incompleti, in quanto, anziché schierarsi a sostenere uno dei due poli dialettici, occorrerebbe trovare un’integrazione tra le due antinomie, come direbbe Jung.

Basaglia diventa più preciso rispetto a un tema assai in voga nella sua epoca: quello tra Psicoanalisi e Marxismo.

Benché ancora una volta non possa negare l’importanza del Movimento Psicoanalitico, il nostro si sente di tracciare una demarcazione netta e inevitabile tra teoria e prassi psicoanalitica, accettando la validità dello spunto teorico ma bocciando la prassi attuale, in quanto definitivamente compromessa col sistema economico e politico dominante.

“La relazione tra psicoanalisi e marxismo è molto importante. Il problema dell’analisi dell’inconscio, la problematica sulla soggettività, il giovane Marx sono tutte cose importanti…la psicoanalisi nasce in un momento storico particolare. A Vienna, all’inizio del Novecento, in un’ora critica per la borghesia, Freud elabora una teoria molto importante che contiene un messaggio preciso per l’uomo: ‘tu non riesci a capire te stesso; ci sono cose nascoste che è necessario portare alla luce’. Questo messaggio che tutti conoscono, è stato l’uovo di Colombo. Apparentemente banale ma fondamentale nella storia dell’uomo. L’inconscio diventa l’elemento chiave per capire determinate situazioni di trasformazione dell’uomo, alcune maniere di vivere “sbagliate”, per così dire, e prende avvio così un tipo di terapia il cui codice, comprensibile a pochi, è il codice del pensiero borghese. La psicoanalisi insomma crea, utilizza una tecnica che appartiene alla storia della borghesia. Questa tecnica si dimostra fin dall’inizio come una terapia di classe perché accessibile solo alle poche persone che possono pagare le sedute. Da qui nasce il problema di ciò che io chiamo “la multinazionale della psicoanalisi”. Un altro dato: la psicoanalisi nasce come scienza all’inizio del secolo. Io mi domando: cosa ha fatto la psicoanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo? Ha avuto molta importanza nella letteratura, nell’arte, nella storia del pensiero dell’uomo, ma non è mai entrata in manicomio. Anzi, di più: i medici psicoanalisti hanno sempre avuto due modi diversi di curare, uno nel manicomio e l’altro nella tranquillità del loro studio. Questa, insomma, è la mia interpretazione della psicoanalisi dal punto di vista generale. Può essere giusta o sbagliata, ma la mia impressione è che la psicoanalisi sia una tecnica e, insieme, una teoria che non ha nulla a che vedere con la psichiatria istituzionale. E’ una scienza completamente marginale…io penso che la psicoanalisi in quanto psicoterapia sia utile per risolvere i problemi di alcune persone che hanno denaro e una certa cultura.” (ivi)

Scandendo questa specie di condanna nei confronti del metodo psicoanalitico, Basaglia è consapevole di lasciare un vuoto sia in campo teorico, sia pratico. Lo smantellamento dell’istituzione manicomiale può togliere una forma rigida e sbagliata ma è di per sé deformante, soprattutto per lo psichiatra che ci lavora, il quale rimane sospeso, senza radici e senza un metodo di pensiero che gli faccia ripercorrere il solco della realtà con una modalità più dinamica. Questa sospensione, questo aleggiare dello psichiatra senza radici, sembra assai simile alla follia dei suoi pazienti. Basaglia preferisce abbandonare una scienza apprezzata da lui stesso, come la Psicoanalisi, ma irreversibilmente compromessa a suo avviso, da interessi di classe, per sopravvalutare la pratica quotidiana, capace sempre, secondo lui, di dare luogo a una “nuova teoria” indenne dai condizionamenti culturali e sociali.

“Ho dimostrato praticamente che, nel momento in cui si apre un manicomio, i rapporti all’interno dell’istituzione cambiano totalmente, e quello che diventa veramente pazzo è lo psichiatra perché non capisce più niente. In questo momento il problema non è la riabilitazione dell’internato perché la riabilitazione all’interno dell’istituzione aperta se la fa l’internato stesso, il problema è la riabilitazione dello psichiatra. Questo non lo dico per ironia ma perché realmente lo psichiatra deve rivedere la sua preparazione, la sua cultura, perché si accorge che i conti non tornano più, e questo è il fantastico, l’importante di questa rivoluzione psichiatrica è che è tutto da rifare, che è tutto sbagliato quello che è avvenuto fino ad oggi, che dobbiamo creare un’altra teoria. Ma l’altra teoria può sorgere solo dalla pratica nuova, non sarà una teoria che nasce dalla mente dello psichiatra, ma una teoria che nasce dalla pratica quotidiana.” (ivi)

In queste, che possiamo considerare le parole di un testamento morale, c’è forse un’apertura verso sviluppi che non escludano il metodo psicoterapeutico e, con esso, il patrimonio storico e culturale della Psicoanalisi. Basaglia non è solo l’artefice di una legge che smantella i manicomi, egli è anche l’uomo che sottolinea la condizione ideale per lo svolgimento di una relazione che sia terapeutica, nella quale non venga esclusa quella tensione vitale che dà luogo a un legame trasformativo.

“Penso che, indipendentemente dal problema della relazione medico-paziente, dalla rivolta dell’oppresso contro chi lo domina nasca un legame che prima non esisteva. Io non sono uno psicoterapeuta ma penso che la psicoterapia, per essere funzionale, necessiti continuamente di uno stato di tensione del terapeuta come del paziente…penso del resto che, se non c’è tensione, nella relazione non c’è vita.” (ivi)

Le applicazioni della 180

Nonostante l’impegno di Basaglia e dei suoi collaboratori si sia espresso principalmente contro l’istituzione manicomiale e a favore di una riconsiderazione del malato di mente nel contesto socio-ambientale, la stessa costituzione dei servizi territoriali, la prevalenza data all’assistenza ambulatoriale rispetto a quella ospedaliera hanno creato le basi perché, in modo spesso irregolare e non pianificato, si costituissero un’area di consultazione e spazi terapeutici consoni al metodo psicoterapeutico.

Certo, Basaglia e la sua legge, come abbiamo visto, non propendono in special modo per la Psicoterapia. L’obiettivo della legge non è tanto clinico-terapeutico o metodologico in tal senso ma culturale e politico. Non si può negare che all’origine delle formulazioni della 180 ci siano ingenue concezioni antipsichiatriche e un’idea di malattia vista unicamente come devianza da norme sociali rigide, come se il rimedio potesse già consistere nell’abbattere le strutture repressive antidevianza; anzi è qui che la riforma del ’78 si “avvita” in un progetto di modificazione sociale utopico quanto inconsistente.

Tuttavia, dopo 25 anni di applicazione, e la fine di certi “venti ideologici” che agitavano la scena in quegli anni, il bilancio della 180 appare positivo per almeno due motivi: il dissolvimento quasi completo della cultura manicomiale; la metodologia di intervento, per la quale l’assistenza e la cura vengono proposte nello stesso contesto socio-ambientale in cui si è sviluppato il disturbo.

Se teniamo presenti questi due elementi, possiamo comprendere perché, pur non essendo ad esso mirata, la legge 180 ha consentito che il metodo psicoterapeutico si sia potuto sviluppare e maturare in questi anni, proprio nelle strutture pubbliche.

Quando parlo di metodo psicoterapeutico, intendo riferirmi non tanto all’applicazione di una tecnica in particolare ma alla modalità di intervento per la quale viene posta al centro la relazione tra terapeuta e paziente e viene data la prevalenza all’interazione verbale per produrre cambiamenti terapeutici.

Risulta chiaro, quindi, come l’aver dato un colpo mortale alla cultura manicomiale basata sul contenimento e l’esclusione dalla società dei pazienti e aver creato una rete capillare di spazi utilizzabili secondo il metodo psicoterapeutico permetta di considerare positivo il bilancio della 180.

Ciò non significa rimanere fissati ai parametri angusti di una norma scaturita da un conflitto ideologico, né tanto meno minimizzarne le lacune e le insolvenze, dicendo che esse dipendono da una cattiva applicazione della legge.

D’altra parte, la volontà di ripristinare aree contenitive e custodialistiche come argine sociale all’emarginazione, piuttosto che aprire spazi in cui si garantisca una qualità terapeutica diretta al cambiamento, non deve essere in nessun modo incoraggiata, pena il ritrovarsi nel clima deteriore e disumano dell’epoca manicomiale.

Con queste premesse, la difesa a oltranza dello spirito della 180 sembra la via obbligata anche per coloro che da anni sono critici nei confronti delle semplificazioni del basaglismo.

Gli psicoterapeuti nei servizi psichiatrici

Senza dubbio, l’inizio dei corsi di laurea in Psicologia (1971) e la contemporaneità dell’applicazione della legge 180 con l’ingresso dei primi laureati nel mondo del lavoro, e in particolare nei servizi psichiatrici, ha favorito la diffusione del metodo psicoterapeutico. Gli psicologi, infatti, anche per via di una formazione prevalentemente non biologica, sono stati spinti naturalmente a organizzare, nei servizi dove operavano, spazi terapeutici idonei, dapprima alla relazione di sostegno, poi via via nel corso del tempo a forme di intervento psicoterapeutico più mirate ed esclusive.

Entrati, per così dire, dalla porta secondaria, gli psicoterapeuti si sono a mano a mano collocati nel settore portante dei servizi, modificando strutturalmente anche la stessa composizione delle equipe secondo la 180. La comparsa e la presenza attiva di queste figure professionali nelle equipe ha fatto spostare l’asse della bilancia dall’impegno nel sociale verso quello più specifico della relazione terapeutica. Gli stessi psichiatri, per quanto tra essi ci fosse una notevole componente di clinici sensibili al metodo psicoterapeutico, sono stati indotti a riconsiderare la loro pratica di consultazione e assistenza, fino al punto che la vecchia metodologia, che faceva spesso di un servizio di salute mentale un dispensario di psicofarmaci e sussidi sociali, è definitivamente tramontata, sostituita dalla concezione che vede un progetto terapeutico integrato dove lo stesso psichiatra è impegnato a gestire il metodo psicoterapeutico, anche e soprattutto con l’aiuto di farmaci. Gli psichiatri psicoanalisti hanno ricevuto da questo fatto un incoraggiamento a non nascondersi dietro atteggiamenti socio-assistenziali, ritenuti aderenti alla legge, ed hanno dato forma a terapie combinate e integrate (fatte più col piombo della Psicoterapia che con l’oro della Psicoanalisi), caratterizzate da teoria e metodo originali, poco inclini ad essere applicati come un programma socio-politico.

In merito alla questione del rapporto psichiatri/psicologi non mancano, naturalmente, alcune incongruenze e disfunzioni che rendono difficile il livello di integrazione nei servizi psichiatrici, con ripercussioni negative sia al proprio interno, sia nei confronti dell’utenza.

Prima di tutto, lo stabilirsi di una competizione tra figure professionali, per cui anziché operare secondo una metodologia che tenga conto di competenze e formazione, talvolta si vede emergere la contrapposizione di categoria.

Così, a causa di barricate ideologiche, a volte è stato difficile spiegare che nelle equipe di accoglienza dei servizi territoriali sia indispensabile la figura del medico psichiatra, e che la diagnosi (soprattutto quella differenziale) che comporti un trattamento psicofarmacologico è in primis compito di uno psichiatra esperto.

Le due figure professionali, psichiatra e psicologo, sono senza dubbio destinate a incontrarsi ma possiedono ambiti diversi, che possono integrarsi. L’integrazione comprende un comune quadro di riferimento teorico-pratico che tenga conto della necessità di applicazione del metodo nei disturbi mentali gravi. (Lago, Petrini, Balbi, 2003B)

Da questo problema comunque non si esce, come una certa tendenza dimostrerebbe, creando due canali operativi separati per non dire “scissi”, in ciascuno dei quali prevalga come figura centrale lo psichiatra o lo psicologo. Il risultato sarebbe il ritorno alla scissione ottocentesca tra cura morale e cura fisica.

Al contrario, l’organizzazione in equipe della 180 permette ancora una integrazione tra figure professionali che, distribuendo le competenze, migliora e porta a compimento l’affermazione del metodo psicoterapeutico.

La messa in crisi delle ideologie

La fine degli “ismi” di opposta tendenza è un fatto storico (Lago, Petrini, Balbi, 2003A) perlomeno per quanto riguarda la loro rilevanza sociale. Sappiamo che non è così in tutto il mondo, per cui da qualche parte di esso ogni tanto riemergono violentemente fantasmi religiosi e concezioni totalitarie che attaccano, come abbiamo visto recentemente, gli equilibri delle nazioni più evolute.

In Italia, l’affermazione del metodo psicoterapeutico, il suo costituire un’attitudine costante degli operatori dei servizi ma anche il suo essere richiesto da un’utenza sempre più esigente e adeguata alle proprie necessità, ha dovuto fare i conti per un certo numero di anni con la deformazione operata da impianti culturali ideologici precedenti, frutto di una società fortemente condizionata da un modello di sviluppo di tipo tendenzialmente agricolo.

Il modello contadino della nostra società ha fatto in modo di anteporre sempre i bisogni primari alle aspirazioni più elevate e qualitative della gente, ignorando il disagio ambientale che non fosse collegato alla carenza di materie prime necessarie alla sopravvivenza. Comprensibile, quindi, il radicale attecchimento di concezioni religiose tese a giustificare la durezza delle leggi naturali e l’estensione della dottrina cattolica anche nei luoghi sociali non confessionali e nel cuore stesso della vita culturale della gente.

Altrettanto comprensibile, la reazione classista di chi, come la classe operaia, non era disposta a tollerare una durezza sociale spacciata per durezza naturale e, quindi, si ribellava chiedendo garanzie sui bisogni primari.

La grande fioritura delle ideologie di questo tipo sembra abbia trovato una battuta d’arresto a causa del ridimensionamento dei bisogni primari frutto delle conquiste sociali e della maggior distribuzione della ricchezza; mentre la concezione religiosa di base contadina si affievolisce con l’alfabetizzazione e l’incremento dello sviluppo industriale e metropolitano. In quest’ultimo ambito, non è secondaria la funzione dei mass media.

La psicoterapia come metodo di cura sembra possa innestarsi più facilmente negli spazi lasciati liberi dalle ideologie, e questo accade non in virtù di un semplice processo di sostituzione, in quanto ne verrebbe inficiata la stessa funzione terapeutica. Sporadici esempi sorti in Italia negli anni ’70 stanno a dimostrare come possano nascere gruppi carismatici (Lago et al. 2004) che propongano la psicoterapia come pura sostituzione di ideologie ormai esaurite nell’ambito socio-politico.

Il metodo psicoterapeutico, ponendo al centro la relazione, l’ascolto del disagio psichico, l’introspezione mirata alla comprensione, il linguaggio adeguato al cambiamento, le risposte utili per il raggiungimento di un equilibrio maturativo, si pone come attitudine indispensabile per il raggiungimento della completezza dell’individuo, una volta risolti o sufficientemente separati i bisogni primari dalle aspirazioni e tendenze creative riconoscibili in ogni persona.

La fine delle ideologie, ovviamente, non significa la fine delle iniziative per cambiare il mondo ma apre lo spazio a richieste di elaborazione e conoscenza individuale e collettiva che provengono da tutte le componenti sociali.

Coloro che operano nei servizi psichiatrici di base sono chiamati a un compito importante; la Psicoanalisi ha tracciato un percorso che non ha condotto a un intervento limitato a categorie di privilegiati, al contrario di come affermava Basaglia nei suoi infuocati interventi; la Psicoterapia come risposta terapeutica è diventata un’esigenza degli utenti e dei cittadini in genere; essa dovrebbe costituire l’asse portante di tutti gli interventi in Psichiatria, ossia il metodo di cura indirizzato verso ciò che è più prettamente umano.

 

BIBLIOGRAFIA

Bleuler E, (1911) Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie. Nuova Italia Sci., Roma 1985

Basaglia F (1979) Conferenze brasiliane. Cortina, Milano 2000

Lago G, Petrini P, Balbi A (2003A) L’intervento integrato in psichiatria come superamento degli opposti  riduzionismi psicoanalitico e psicofarmacologico. Idee in Psichiatria  Vol. 3 (1): 13-16

Lago G, Petrini P, D’Agostino C, Balbi A (2003B) Il Protomentale: superamento di ogni riduzionismo sull’evoluzione della personalità e dei suoi disturbi. Idee in Psichiatria 3 (3) 155-161

Lago G, Petrini P, Bottoni C, Zerella MP, Balbi A (2004) La personalità carismatica e il suo gruppo.  Idee in Psichiatria 4 (2)

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