Domenica, 21 Settembre 2014 00:00

L'OMICIDIO-SUICIDIO DI MILANO

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La notizia dell’omicidio-suicidio del ventenne di Milano (Affori), il quale si lancia dall’ottavo piano, trascinando con sé la sua ex diciannovenne è improvvisa e terribile come un cataclisma. Tanto più che il suicida-omicida ha lasciato una lunga lettera, nella quale spiega i motivi del suo gesto come totale disprezzo della sua vita, ritenuta insopportabile e odio incommensurabile per la ragazza trascinata nella morte perché aveva deciso di lasciarlo.

Chiediamo a Giuseppe Lago, psichiatra e psicoterapeuta, direttore IRPPI (Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata www.irppiscuolapsicoterapia.it ), un parere che ci permetta di uscire dallo scoramento nel quale questa notizia ci ha scaraventati.

Come al solito, stiamo attenti ai fatti. Questo ragazzo (Pietro Maxymillian Di Paola) aveva già tentato un suicidio salendo su un cornicione il 22 febbraio 2013. In quell’occasione, la ragazza aveva svolto un’opera di convincimento ed era riuscita a farlo desistere, al prezzo di ritornare con lui. Nei mesi successivi, il ragazzo era migliorato (svolgendo anche un’imprecisata terapia da uno psicologo) ma non a tal punto di non maturare un nuovo ed efficace tentativo di suicidio, dopo la separazione con la ragazza. Come si vede, la decisione di assecondarlo dandogli una speranza di mantenere una relazione da parte della ragazza, sottostando ai ricatti e alle minacce di suicidio, ha prodotto questo triste epilogo, frutto della sottovalutazione del grave disturbo depressivo che ha condotto a questo atto finale.

Quindi questo episodio, a suo avviso, è frutto di una sottovalutazione del disturbo?

Certamente. Credo che da parte di tutti si sia accettato il tragico ricatto di una persona affetta da un disturbo dell’umore, con una componente delirante, non trattato adeguatamente. Una persona che arriva a minacciare il suicidio un anno prima con un gesto così eclatante, quanto meno dovrebbe essere ricoverato per un congruo periodo in una struttura psichiatrica e avviato a un progetto terapeutico, che per la natura del disturbo non può essere che il frutto di una integrazione tra intervento psicologico e intervento farmacologico. Affidare una persona del genere a una figura professionale che possieda competenze settoriali, e non abbia esperienza clinica con casi psichiatrici, significa trascurare passi fondamentali per impostare una diagnosi e un trattamento adeguati

Che cosa pensa della lettera che il ragazzo ha lasciato?

Penso che è una chiara prova del delirio lucido di una persona alla quale è stato consentito di esercitare la propria onnipotenza distruttiva. In particolare, mi riferisco al passo in cui invita “…le future vittime…e i…futuri carnefici…” a dubitare di “…quelli che ridono sempre…e che…non possono fare altrimenti e nel frattempo, perderanno l’anima”. In questo passo c’è tutta la consapevolezza di non essere stato compreso nella sua gravità e di aver potuto contare su una tolleranza eccessiva per le conseguenze del suo disturbo.

Pensa a delle responsabilità precise?

Purtroppo, la questione riguarda l’atteggiamento e la cultura nei confronti dei comportamenti patologici e dei disturbi mentali. L’unica disciplina che potrebbe occuparsi anche della prevenzione nel campo dei disturbi mentali, cioè la psichiatria, sta ancora sotto il tallone di una legge sull’assistenza psichiatrica ormai desueta, come la legge Basaglia. La legge in questione, per esempio, impedisce che nei normali ambulatori generali possa operare anche uno specialista in psichiatria insieme agli specialisti di tutte le altre branche della medicina. Il fatto che gli ambulatori si trovino confinati nei Dipartimenti di Salute Mentale impedisce alle persone non diagnosticate di approfondire l’entità dei loro disturbi e ricevere una progettazione terapeutica.

Esistono però i Centri di Salute Mentale, in tutte le ASL.

Sì, ma sono oberati dalla massa dei pazienti cronici gravi, i quali da anni vengono assistiti. Per cui, chi volesse adire a questi servizi per una prima volta si troverebbe spesso costretto a lunghe liste di attesa e, in seguito, potrebbe constatare una disponibilità limitata a risposte terapeutiche e, tranne le solite eccezioni, una demotivazione a rispondere alle richieste di consultazione immediata.

C’è quindi da sperare di più nel privato?

In un certo senso sì. Perché, anche se ci sono i rischi di incappare nell’incompetenza, la presenza di un mercato libero garantisce che i pazienti selezionino i professionisti più capaci e in grado di dare risposte soddisfacenti. Occorre, però, che il cittadino faccia degli accertamenti accurati sulle credenziali del professionista privato, verificando il possesso dei titoli di specializzazione e la necessaria comprovata esperienza. 

Il Centro clinico del suo Istituto (IRPPI), per esempio, come assicura questi requisiti?

Il nostro metodo è innanzitutto riconosciuto dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che ci ha incaricato di svolgere corsi di specializzazione per medici e psicologi equipollenti a quelli universitari. Questo è importante, perché non tutti gli psicoterapeuti possono presentare un titolo del genere. Inoltre, il nostro è un metodo integrato, ovvero comprende l’osservazione e l’intervento sul paziente sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista neurobiologico. A questo si aggiunge l’attenzione che prestiamo alla verifica dei risultati dei nostri interventi, che possiamo documentare in termini oggettivi.

 

A cura di Giuseppe Giovanni Colombo

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