I fenomeni di resistenza come momenti di rottura: pattern clinici e strategie di intervento in Psicoterapia Psicodinamica Integrata

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Resistance Phenomena as Alliance Ruptures: Clinical Patterns and Intervention Strategies in Integrated Psychodynamic Psychotherapy

Caporale R.¹, Battisti V.²

¹ IRPPI Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata

Riassunto

Il presente articolo esamina l’evoluzione teorico clinica del concetto di resistenza a partire dalle prime intuizioni freudiane fino agli ultimi sviluppi relazionali ed intersoggettivi, con particolare attenzione alla riformulazione proposta dalla Psicoterapia Psicodinamica Integrata. La resistenza per il modello PPI si configura come un momento di rottura più o meno inconscia della relazione tra paziente e terapeuta che apre la possibilità a momenti d’incontro riparativi. Vengono descritte le diverse forme di resistenze e i principali interventi per la loro elaborazione.

Parole chiave: resistenza, psicoterapia psicodinamica integrata, transfert, meccanismi di difesa, momenti d’incontro riparativi.

Abstract

This article examines the clinical theoretical evolution of the concept of resistance from the early Freudian intuitions to the latest relational and intersubjective developments, with particular attention to the reformulation proposed by Integrated Psychodynamic Psychotherapy. For the PPI model, resistance is configured as a more or less unconscious moment of rupture in the relationship between patient and therapist that opens the possibility of restorative moments of encounter. The different forms of resistance and the main interventions for their development are described.

Keywords: resistance, integrated psychodynamic psychotherapy, transference, defense mechanisms, meeting moments of repairing.

1. Introduzione

La resistenza è stata storicamente definita come un qualsiasi processo nella psicoterapia in grado di ostacolare il cambiamento e l’elaborazione di contenuti emotivi significativi. Ad oggi, però la sua concezione è cambiata ed essa non rappresenta più un’impasse del trattamento, bensì un fenomeno intrinseco e funzionale al lavoro clinico, in quanto valido indicatore di una rottura della relazione paziente/terapeuta a cui dover far fronte e riparare. Comprendere e lavorare con le resistenze rappresenta, dunque, il nuovo motore del cambiamento e pertanto uno degli obiettivi centrali della clinica psicodinamica.

2. Origini psicoanalitiche del concetto di resistenza: prima topica, modello strutturale e sviluppi post-freudiani

Il concetto di resistenza venne introdotto da Sigmund Freud nel 1914 con il saggio Ricordare, ripetere, rielaborare. Era, dunque, evidente all’osservazione delle pazienti, allora definite isteriche, la presenza di fenomeni che sembravano ostacolare il lavoro associativo come dimenticanze, repentini cambi di argomento, ritardi, atteggiamenti e comportamenti ostili verso il terapeuta. Tutto ciò veniva interpretato dallo stesso padre della psicoanalisi come l’espressione di forze psichiche inconsce che avrebbero avuto la finalità di impedire l’accesso alla coscienza di contenuti rimossi.

Con il passaggio dalla prima alla seconda topica e l’introduzione del modello strutturale in L’Io e l’Es (1923), Freud sviluppò il concetto individuando molteplici fonti di resistenza in rapporto alle nuove e differenti istanze psichiche teorizzate. Dunque, le forme di resistenza prendevano il nome dall’aggiornata mappatura psichica: resistenza dell’Io, resistenza del Super-Io, resistenza dell’Es ed una quarta legata al già osservato fenomeno della traslazione, ossia la cosiddetta resistenza di transfert.

Soffermiamoci ora sulla natura e sulla finalità di ogni singola resistenza così come Freud le aveva sistematizzate. La resistenza dell’Io, importata e riproposta dalla prima topica, rimaneva la forma più comune di opposizione derivata dall’attivazione dei meccanismi di difesa, volta a mantenere l’omeostasi, ossia l’equilibrio psichico, e a proteggere il paziente dall’angoscia connessa all’emergere di contenuti dolorosi. Alcuni esempi clinici dai quali poter inferire tale resistenza erano il dimenticare eventi significativi da riportare in terapia (rimozione), il verbalizzare in modo teorico senza contatto emotivo (razionalizzazione), la minimizzazione di emozioni intense (negazione) o l’evitamento sistematico di determinati argomenti parlando sempre di altro o chiudendosi nel silenzio (spostamento).

La nuova resistenza del Super-Io, invece, veniva presentata come una forma di autosabotaggio inconscio legata al senso di colpa e al bisogno di punizione morale. La coscienza morale poteva diventare così severa da impedire il benessere ed il miglioramento a causa della sofferenza psichica che veniva vissuta come minacciosa o meritata. A prova di ciò, Freud aveva osservato che alcuni pazienti si sentivano costantemente in colpa senza motivo apparente, avevano la tendenza a sabotare relazioni positive e non riuscivano ad accettare successi o momenti di felicità. In taluni casi, l’istanza superegoica agiva proprio come una voce interna che recitava così “Non te lo meriti” o “Devi pagare per qualcosa”.

Diversamente, la resistenza dell’Es, introdotta nel 1920 con il saggio Al di là del principio del piacere, fu associata da Freud al fenomeno della coazione a ripetere, ossia la tendenza pulsionale a mantenere schemi relazionali o comportamentali disfunzionali anche in presenza di insight. A differenza della resistenza dell’Io che difendeva dall’angoscia, la resistenza dell’Es aveva origine dal fatto che l’Es tendeva alla ripetizione e al soddisfacimento pulsionale, sebbene questo fosse causa di sofferenza. Il paziente continuava inconsciamente a ripetere lo stesso pattern anche se comprendeva razionalmente il proprio problema, desiderava cambiare, collaborava in terapia. Qui la resistenza non venne concettualizzata come difensiva in senso stretto ma inerziale e pulsionale perché il cambiamento terapeutico era vissuto come una minaccia alla modalità abituale di scarica pulsionale. Dunque, la resistenza dell’Es mostrava la sua funzione protettiva e conservativa di un equilibrio psichico, anche se patologico, dato che il prendere contatto diretto con impulsi primitivi avrebbe potuto portare ad una maggiore destabilizzazione. Esempi di resistenza dell’Es potevano essere la ripetizione di relazioni distruttive, le ricadute nonostante gli insight chiari, gli acting-out, la persistenza di sintomi anche dopo interpretazioni corrette. Un’espressione tipica di pazienti con tale resistenza era “So perché lo faccio ma continuo a farlo”.

Infine, la resistenza di transfert, già presente nella prima topica, fu riproposta tout court da Freud nei casi in cui fosse stato il transfert stesso a divenire una difesa contro la presa di coscienza. In questa fattispecie, il paziente agirebbe nella relazione terapeutica schemi affettivi passati al fine di evitare il contatto con conflitti più profondi. Esempi che si interpretavano come resistenze di transfert erano tipicamente il paziente che si arrabbiava con il terapeuta, ogniqualvolta vi era il rischio che emergessero temi di dipendenza per evitare il proprio senso di vulnerabilità oppure quando lo stesso paziente idealizzava il terapeuta per scacciare gli stessi sentimenti aggressivi.

In questa nuova prospettiva, dunque, la resistenza non appariva più solamente come un ostacolo terapeutico ma diveniva altresì una manifestazione clinica da osservare ed interpretare al fine di superarla. Ricapitolando, nella seconda topica la resistenza assunse le seguenti funzioni cliniche:

a) l’avvicinamento ad un’area focale problematica a livello emotivo su cui dover lavorare;

b) l’individuazione dei meccanismi di difesa e del loro livello evolutivo di sviluppo;

c) il lavoro sul transfert;

d) la valutazione dell’adeguatezza o meno dell’istanza superegoica.

Gli psicoanalisti post-freudiani ampliarono la comprensione della resistenza. Anna Freud (1936) la collegò in modo sistematico ai meccanismi di difesa dell’Io, mentre Wilhelm Reich (1933) introdusse il concetto di resistenza caratteriale ritenendo che l’intera struttura di personalità potesse avere funzioni di difesa aprendo la strada al concetto di nevrosi del carattere. Melanie Klein (1952) reinterpretò la resistenza come difesa in rapporto alle angosce primitive schizoparanoidi e depressive legate ad un mondo psichico popolato da oggetti interni buoni e cattivi.

Malgrado l’originalità degli autori, tutti i contributi descritti mantenevano però una concezione della resistenza come difesa intra psichica, rimanendo ancorati ad una teoria del conflitto che considerava una parte di sé opporsi ad un’altra parte di sé.

3. La prospettiva relazionale ed intersoggettiva della resistenza

Con l’introduzione dei modelli relazionali ed intersoggettivi, la resistenza è stata progressivamente reinterpretata come fenomeno co-costruito tra paziente e terapeuta. In tale prospettiva, essa non ha più rappresentato solo una difesa intrapsichica, ma soprattutto una forma di comunicazione inconscia riguardante la qualità della relazione terapeutica in atto e, quindi, l’andamento della psicoterapia.

Donald Winnicott (1965) è stato un autore chiave che ha facilitato la svolta relazionale in psicoanalisi attraverso l’introduzione di concetti come spazio ed oggetto transizionale, falso se, ambiente di holding, aprendo il campo ad una vera e propria psicodinamica delle relazioni oggettuali che contemplasse anche un nuovo concetto di resistenza come difesa dalla possibile dipendenza relazionale nei confronti dell’analista. La resistenza, dunque, non sarebbe patologia per Winnicott ma segno di vitalità e spontaneità del paziente. L’adulto come il bambino “resiste” perché è un soggetto vivo e autentico. La resistenza proteggerebbe il “vero sé” dall’appiattimento nel “falso sé”, quest’ultimo espressione di accondiscendenza e desiderabilità interpersonale, quindi anche di passività ed acriticità rispetto ai contenuti delle interpretazioni stesse dettate dal terapeuta.

Tale posizione è stata ripresa da Mitchell (1988) che ha sempre criticato la concezione freudiana della resistenza come difesa patologica considerandola una legittima espressione di autonomia del paziente e di protezione di aspetti autentici del sé.

Daniel Stern (1997) ha rivisto il fenomeno della resistenza come unformulated experience. In terapia non tutto può essere oggetto di verbalizzazione o interpretazione e per il paziente appare, invece, indispensabile mantenere aree private di sé non soggette al disvelamento all’altro. La resistenza proteggerebbe, dunque, l’integrità della persona dall’interpretazione troppo invasiva o addirittura selvaggia.

In maniera ancora più chiara dal punto di vista intersoggettivo, Jessica Benjamin (2017) considera la resistenza come fenomeno che emergerebbe dal bisogno di riconoscimento reciproco. Il paziente che mette in atto una resistenza percepirebbe nella relazione uno squilibrio di potere sentendosi troppo “oggettivato” dal terapeuta e dalle sue interpretazioni e, quindi, si opporrebbe a tale condizione.

Anche Thomas Ogden (1994) guarda alla resistenza dal punto di vista del contributo del terapeuta con i suoi possibili punti ciechi o anche chiamati blindspot. La resistenza può essere alimentata da un accordo terapeutico collusivo con il paziente volto a non voler analizzare specifici nuclei complessuali problematici per entrambi. In questo caso, la resistenza porterebbe ad uno stallo terapeutico e l’analisi del controtransfert rappresenterebbe l’unico strumento per uscire da tale impasse.

Dunque, si riconosce nell’approccio intersoggettivo sempre più il ruolo centrale del terapeuta nel possibile sviluppo dei fenomeni di resistenza malgrado la sua funzionalità ancora non venga colta nell’interezza.

4. La concettualizzazione della resistenza nella Psicoterapia Psicodinamica Integrata (PPI)

L’approccio PPI (Caporale e Battisti, 2023a; Caporale e Battisti, 2024) propone una nuova lettura e classificazione dei fenomeni di resistenza riprendendo le prime intuizioni freudiane ed integrandole con a) le recenti prospettive derivate dalle correnti relazionali/intersoggettive (Mitchell, 1988; Aron, 1996; Stolorow et al. 2002); b) gli studi dell’Infant Research (Beebe e Lachmann, 2002); c) le applicazioni cliniche di Stern (1985) e del Boston Change Process Study Group (2010).

Come già discusso in precedenza, gli approcci intersoggettivi negli ultimi decenni hanno affermato che i fenomeni emergenti dal processo di terapia, come transfert e controtransfert, derivino da una co-costruzione da parte di paziente e terapeuta. Nel mentre, gli studi sperimentali sulle interazioni caregiver/bambino hanno chiarito i principi regolatori impliciti alla base dello sviluppo delle prime relazioni individuando nella rottura e riparazione un meccanismo chiave dei processi interattivi oltre a quelli di sintonizzazione affettiva e di momenti affettivi intensi. Stern (1985) ed il Boston Change Process Study Group (2010) traslano tali scoperte alla relazione terapeutica attraverso concetti illuminanti quali momenti presente, momenti ora e momenti incontro, e riconoscendo soprattutto in questi ultimi i processi alla base dell’ampliamento della conoscenza relazionale implicita e, dunque, del cambiamento in psicoterapia.

Tali avanzamenti nello studio della struttura implicita delle relazioni possono permettere di ridefinire oggi la natura della resistenza come fenomeno intersoggettivo fisiologico utile alla co-costruzione in terapia di nuovi schemi di essere con o rappresentazioni di interazioni generalizzate, alternativi a quelli di origine traumatica, responsabili della psicopatologia. Questo significa, in linea con le recenti scoperte sulla regolazione primaria delle interazioni, che il cambiamento in psicoterapia prima che sulle memorie esplicite avviene sulle memorie implicite, ossia sulla modifica (più precisamente nuova nascita) di schemi precoci di ordine non simbolico. Qui si inserisce ad hoc il nostro modello di psicoterapia PPI che dà al lavoro sull’implicito (fase 1 o fase dell’esperienza emozionale riparativa) nel qui ed ora della relazione terapeutica un’importanza centrale e propedeutica rispetto a momenti maggiormente interpretativi (fase 2 o fase della mentalizzazione).

Dunque, le resistenze sarebbero dei momenti di rottura della relazione che aprirebbero ad una potenziale occasione o delta di cambiamento della memoria relazionale implicita. Se il terapeuta coglie questa come un’opportunità, dando la possibilità al paziente di fare esperienza emotiva differente dal passato all’interno di una matrice intersoggettiva nuova, seguirà un momento di riparazione. Fare esperienza affettivamente nuova del terapeuta vuol dire “sentire” la sua disponibilità, la sicurezza nelle sue emozioni, la neutralità nel giudizio, l’autenticità delle risposte.

Per tale motivo, in qualsiasi fase del processo si può sviluppare un fenomeno resistenziale e così la resistenza, dunque, come il transfert, si rivela ubiquitaria. L’esistenza della stessa è garanzia di un buon andamento terapeutico e, di conseguenza, deve avere necessariamente la priorità d’attenzione clinica sempre e comunque.

Lo sforzo della coppia terapeutica nel lavoro con e sulla resistenza permetterà al paziente di acquisire quegli apprendimenti emotivi per accrescere con soluzioni più funzionali il suo repertorio relazionale implicito, compromesso dal trauma, e recuperare quel senso di agentività ed efficacia personale perso.

Di contro, la non individuazione o la gestione non adeguata dei fenomeni di resistenza da parte del terapeuta porterà ad una riproposizione della dimensione traumatica, dunque ad una nuova ritraumatizzazione. L’agire la resistenza e non mentalizzarla rappresenta spesso la causa di molti drop-out o interruzioni della terapia. Dunque, come in qualsiasi relazione, anche in quella terapeutica, la rottura che segue una riparazione determina il cambiamento, la rottura che non segue una riparazione produce invece una nuova coazione a ripetere di natura traumatica. Condizione necessaria affinché questo avvenga è lo sviluppo di una connessione sincera e autentica tra paziente e terapeuta di natura emotiva, percettiva e motoria.

La resistenza è di solito attivata inconsciamente dal paziente e nel continuo sviluppo della dinamica interattiva viene poi alimentata da entrambi, quindi co-costruita. Vi sono, altresì, momenti del lavoro terapeutico in cui, se il paziente mostra difficoltà a generare resistenze, riteniamo che sia proprio il terapeuta a “provocarle” per favorire un momento di rottura e promuovere di conseguenza una possibile riparazione (o nuovo momento di incontro). Dunque, l’agire una rottura nel setting o nella relazione con il paziente non vuol dire necessariamente una macchia cieca nello psichismo del terapeuta dettata da una carenza nella sua formazione personale. Generare una resistenza da parte del clinico potrebbe voler significare una strategia inconscia funzionale a promuovere un avanzamento della relazione terapeutica a patto che la stessa venga subito dopo lavorata ed elevata ad un registro psichico più mentalizzato. Quindi, la vera maturità ed abilità clinica del terapeuta è rappresentata dal trovare il timing giusto affinché la resistenza venga analizzata e trasformata in una conoscenza di ordine simbolico, rendendola maggiormente integrabile per il paziente, ossia più congrua e coerente con la sua memoria autobiografica.

Distinguiamo cinque principali forme di resistenza osservabili in psicoterapia. Le resistenze, come già detto, possono emergere in qualsiasi momento del processo e mostrano molteplici forme espressive in funzione delle differenti fasi del lavoro clinico:

Resistenza difensiva o adattiva dell’Io, legata ai meccanismi di difesa volti a mantenere un’omeostasi, ossia a preservare una stabilità interna a qualsiasi costo anche quando l’equilibrio possa essere disfunzionale ed il cambiamento migliorativo.

Resistenza di transfert, associata a dinamiche collusive nella relazione terapeutica e, dunque, alla non individuazione e mentalizzazione del transfert.

Resistenza inerziale degli schemi, derivante dalla coazione a ripetere e dalla persistenza di schemi relazionali maladattivi e/o traumatici.

Resistenza morale o autosabotante, connessa al senso di colpa inconscio ed alla difficoltà di accettare il benessere psichico raggiunto e dunque a riconoscere i miglioramenti.

Resistenza di fine terapia, che evidenzia la difficoltà di separazione dal percorso terapeutico e dal terapeuta stesso.

5. Implicazioni cliniche e strategie di intervento nei fenomeni di resistenza

Quando emerge una qualsiasi forma di resistenza, il terapeuta dovrà procedere nella seguente maniera:

Individuare la forma specifica di resistenza attiva;

Verbalizzare al paziente che siamo di fronte a qualcosa che sta emergendo come ostacolo alla relazione e, dunque, al processo di terapia;

Mettere in campo una strategia terapeutica in termini riparativi di registro implicito o esplicito per il paziente in base al tipo di resistenza presente;

Mentalizzare il tutto collegandolo ad un possibile schema relazionale disfunzionale centrale passato e/o attivo nel presente;

La resistenza si manifesta attraverso qualsiasi modalità clinica quali pensieri e parole espresse dal paziente in terapia, comportamenti ed atteggiamenti, fantasie ad occhi aperti e produzione onirica.

Le strategie di intervento varieranno in funzione della forma di resistenza in atto, della fase terapeutica e del livello di funzionamento del paziente.

5.1 Resistenza difensiva o adattiva dell’Io

Le resistenze difensive o adattive dell’Io si manifestano maggiormente nella fase iniziale della terapia (fase 1 della PPI). Malgrado il paziente abbia iniziato un percorso da poche settimane o mesi, il terapeuta osserva una repentina inversione di tendenza che si sostanzia in molteplici attacchi al setting o alla relazione nelle seguenti modalità: a) dubbi espressi riguardanti i vantaggi di continuare un percorso ad un’età ormai adulta; b) sfiducia manifesta nel poter cambiare situazioni di disagio psicologico e/o relazionali ripetute negli anni; c) lamentele sulla distanza territoriale o nel trovare lo spazio per la seduta all’interno dell’organizzazione settimanale; d) problematiche economiche che vengono palesate subito dopo le prime sedute o i primi mesi di terapia.

Ciò che porta a tali resistenze iniziali nel lavoro terapeutico, causa poi un vero e proprio drop anticipato, è l’attivazione del cosiddetto Io, un’istanza più cognitiva deputata a valutare quanto il cambiamento richiesto dalla psicoterapia sia più vantaggioso rispetto al preservare una sorta di stabilità interna, data fino a quel momento da un equilibrio patologico dettato dagli schemi del passato. Il cambiamento per essere percepito una possibilità migliorativa rispetto alla stabilità deve quindi essere oggetto di un’attenta valutazione nel merito.

Per tale motivo, la strategia inconscia di molti pazienti, soprattutto quelli con specifici modi di funzionamento o in particolari fasi di vita, è rappresentata dal mettere a punto una sorta di test o prove atte a saggiare la validità e l’affidabilità (tenuta mentale) del terapeuta rispetto alla propria problematica emotiva. Questo è più evidente quando abbiamo di fronte gli adolescenti in perenne conflitto tra autonomia e dipendenza, gli anziani o le persone con malattie croniche che vivono tutti i giorni il riproporsi di circoli viziosi ed una costante alessitimia, i pazienti cosiddetti “difficili” con disturbi di personalità che hanno affrontato ripetuti insuccessi terapeutici, trascinandosi negli anni le loro psicopatologie senza trovare soluzioni.

Tali test psicologici sono come studi di fattibilità preventivi che stimano con un determinato grado di errore la probabilità che quel dato percorso di terapia sia vantaggioso in termini di cambiamento migliorativo. Per ottenere un semaforo verde, il paziente inconsciamente mostra una parte del problema emotivo o schema relazionale centrale disfunzionale, quanto basta per comprendere se il terapeuta sia all’altezza della situazione portata in psicoterapia. Dunque, il terapeuta dovrà superare le prove inconsce generate ad hoc dal paziente che potremo anche chiamare pre-transferali, dimostrando di riuscire a “sopravvivere” alle emozioni e ai giochi di identificazione proiettiva attivati.

In termini più operativi, il terapeuta dovrà saper far “fare esperienza” al paziente di una genuina disponibilità emotiva e di un ascolto rispettoso che promuova sintonizzazione e rispecchiamento senza passare subito a fasi più cognitivo-interpretative. Questo permetterà di comprendere come le emozioni siano fenomeni che possono essere regolati, trasformati in qualcosa che abbia un significato, se pensati prima insieme con il terapeuta. Una delle più grandi paure dei pazienti è quella di essere sopraffatti dal protomentale e dai conseguenti circoli viziosi relazionali. La coppia terapeutica dovrà “entrare nel pantano” delle emozioni primitive e traumatiche, senza paura, faticando insieme alla scoperta che si può sopravvivere.

Il terapeuta può mettere in campo alcune strategie ed utili interventi per infondere fiducia nel paziente riguardo il cambiamento, rimanendo con pazienza un tempo più lungo sull’analisi della domanda e presentando la terapia come un’opportunità ad obiettivi e non come un obbligo prescrittivo:

a) Valutare con il paziente costi/benefici in termini evolutivi della psicoterapia. Esempio di verbalizzazione ad una paziente di 60 anni in prima accoglienza:“A differenza di quando i suoi figli erano piccoli ed aveva richiesto un aiuto terapeutico familiare che coinvolgesse tutti, ora a distanza di molti anni sente l’esigenza di intraprendere un percorso di terapia individuale oggi che è rimasta in casa sola con suo marito. Dovremmo riflettere su questo, su cosa significhi ora per lei in termini di obiettivi ed impegno questo percorso che vorrebbe portare avanti”;

b) Sottolineare l’incongruenza tra la scelta espressa di fare un percorso e l’accettazione ora delle regole del setting: “Quello che notavo è che malgrado tutto quello che mi sta dicendo, la distanza, le problematiche economiche, l’organizzazione quotidiana che la mette in difficoltà, Lei comunque ha chiesto aiuto, ha iniziato questo percorso ed è ancora qui con me. Come possiamo spiegare questo?”;

c) Rinforzare la sua richiesta d’aiuto come nel seguente esempio proposto: “Malgrado i problemi che mi sta portando, ha comunque voluto chiedere aiuto proprio in questo momento. Come possiamo leggerlo?”.

Insomma, esplorare di più e più a lungo la domanda di terapia e farsi trovare pronti a riformularla più e più volte con il paziente, all’interno di una matrice intersoggettiva empaticamente responsiva, rappresenta la sola ed unica strategia a disposizione del terapeuta per superare tali resistenze iniziali e portare nuova linfa alla relazione.

5.2 Resistenza di transfert

La resistenza di transfert emerge in piena fase 2 della PPI o anche chiamata della mentalizzazione ed è stata la prima forma di resistenza individuata da Freud nel 1914, definita come l’ostacolo centrale all’analisi e considerata come strettamente intrecciata al concetto di transfert. Dunque, per il padre della psicoanalisi, i due fenomeni non sono mai stati separabili a tal punto da ritenere il transfert una forma di resistenza e viceversa. Nel classico modello freudiano, l’agire il transfert equivaleva ad una forma di difesa inconscia dalla consapevolezza dello stesso, un evitamento dai propri conflitti. La ripetizione (e non la rielaborazione) di schemi relazionali del passato, spostati e riattualizzati sulla figura dell’analista, permetteva così di non affrontare emozioni disfunzionali e/o desideri, e in ultima istanza, di evitare il cambiamento. Da quanto teorizzato da Freud, ne deduciamo che in realtà non ci sia uno specifico contenuto affettivo che si possa chiamare resistenza anziché transfert (esempio l’innamoramento o l’aggressività che un paziente prova nei confronti del suo terapeuta); tutto potrebbe essere resistenza o transfert e non esisterebbe un’intenzionalità inconscia da parte del paziente nel decidere quando mettere in campo l’una o l’altra. Concordiamo con tale chiave di lettura. Risulta, però, discriminante tra i due fenomeni il modo in cui vengono lavorati nella relazione terapeutica: se il transfert viene agito, poi analizzato ed interpretato, lo stesso viene sciolto favorendo un delta di cambiamento, se il transfert viene agito tout court, il transfert si trasforma in resistenza aprendo il campo alla coazione a ripetere.

Tali considerazioni mettono in evidenza la natura intersoggettiva della resistenza di transfert ed in particolare la responsabilità del terapeuta nel saper intercettare e mentalizzare il transfert in un tempo utile affinché questo non possa divenire prima una resistenza, poi un drop. Insomma, anche in questo caso, il paziente genera con il transfert una rottura nella relazione e sta al terapeuta saper riparare mentalizzando o non riparare agendo (Battisti e Caporale, 2025).

A tal proposito, gli strumenti a disposizione del clinico nel lavoro di mentalizzazione che riguarda la resistenza di transfert sono l’analisi del controtransfert e l’utilizzo della self-disclosure; entrambe permettono di sanare la rottura generando sempre più insight riparativi. Per potenziare le proprie capacità riflessive, il terapeuta ha a disposizione la sua analisi personale, i training formativi di specializzazione e la supervisione clinica. Nei percorsi analitici o di psicoterapia ad orientamento psicodinamico, il clinico fa esperienza dentro di sé di tutta una serie di dinamiche interne che permettono a specchio di sintonizzarsi meglio e sviluppare empatia con il mondo interno del paziente, individuando anche eventuali aree conflittuali ancora non risolte. Nei training di formazione si allena la tecnica attraverso gli esercizi di role playing, simulate ed altre tecniche attive. Nella supervisione si affina il proprio controtransfert che nella clinica psicodinamica moderna rappresenta un importante strumento di lavoro, base poi della self-disclosure.

5.3 Resistenza inerziale degli schemi

La resistenza inerziale dell’inconscio prende vita dal meccanismo della coazione a ripetere, già introdotto dal primo Freud, e rappresenta uno dei tipici momenti di rottura che si manifesta anch’esso solitamente nella fase centrale (o fase 2) della PPI. In questo passaggio terapeutico, il lavoro clinico si focalizza sull’analisi interpretativa dei pattern emotivo-comportamentali disfunzionali, molto spesso di origine traumatica, che il paziente ripropone ogniqualvolta nelle sue relazioni significative. La particolarità di tale resistenza sta nel fatto che il paziente sembra comprendere tutto in terapia, accetta le trame interpretative del terapeuta, mostra insight cognitivi ma malgrado questo i modelli operativi interni patogeni continuano ad essere agiti nel contesto di vita generando circoli viziosi interpersonali. Tali schemi relazionali sono spesso memorie implicite, pattern emotivi, percettivi e motori appartenenti ad un registro sub-simbolico che mostrano caratteristiche di automaticità nell’attivazione e rigidità nella modalità d’espressione (corto circuiti emozionali). Tali proprietà danno agli schemi stabilità nel tempo la quale può tradursi in un’intrinseca resistenza d’inerzia al cambiamento. Allo stesso modo, però la continua e ripetuta messa in atto dei pattern mantiene viva la possibilità di aprire un delta di modifica delle memorie implicite, attraverso momenti d’incontro significativi come quelli esperiti nel qui ed ora della relazione terapeutica. Così, nell’automatismo disfunzionale dei modelli operativi interni, alcuni pazienti sperimentano dentro di sé un forte senso di frustrazione esternalizzando nel contesto terapeutico tale disagio fino ad arrivare a mettere in discussione la validità del percorso stesso intrapreso. Tale vissuto, se espresso insistentemente dal paziente, può rivelarsi una comunicazione nei confronti del terapeuta sull’importanza, arrivati a questo punto del processo, di esplorare particolari tipi di emozioni quali l’impotenza, la vergogna, la frustrazione connesse al ripetersi degli schemi, spesso dovuti anche al fatto di non aver ricevuto feedback autentici dal mondo esterno. Di contro, la non esplorazione di tali vissuti porterà piano piano ad una rottura nel lavoro di terapia.

Nel caso della resistenza inerziale dell’inconscio è di fondamentale importanza che il terapeuta, per riparare con momenti d’incontro nuovi, normalizzi le ricadute riformulandole come parte integrante del percorso di apprendimento e di cambiamento. Normalizzare vuol dire sensibilizzare e validare, attraverso interventi psicoeducativi mirati a far comprendere:

a) che le abituali modalità relazionali disfunzionali non verranno a modificarsi completamente con la psicoterapia ma convivranno con le nuove strategie apprese;

b) che il lavoro clinico si debba orientare anche nel saper gestire meglio i circoli viziosi emozionali quando riemergeranno a fronte di possibili crisi future e per tale motivo importante sarà l’individuazione e la desensibilizzazione dei trigger point;

c) che bisogna lavorare per accettare la persona nella propria interezza costituita da punti di forza e punti di debolezza, una nuova gestalt che fa leva ora su un ampliamento della conoscenza relazionale implicita ed una maggiore flessibilità del repertorio emotivo-comportamentale.

Si possono utilizzare interventi del tipo:

Ogni due passi in avanti ne possiamo fare uno indietro, in questo modo noi tutti riusciamo comunque a migliorare rispetto a dove siamo partiti”;

Oppure: “È normale, tutti quanti noi ritorniamo a mettere in atto vecchie modalità problematiche in momenti di stress, la differenza la fa come gestiamo tutto questo e il fatto che nel frattempo siamo diventati anche qualcos’altro”;

O più tecnicamente: “Dobbiamo comprendere come di fronte a certe situazioni attivanti che ci riportano ad un passato difficile non potremmo mai pensare di esserne indifferenti perché le stesse hanno lasciato in noi delle cicatrici, le cicatrici non fanno male ma si vedono e ci ricordano in parte chi siamo e la nostra storia. Il tempo ed il percorso che stiamo facendo ci deve portare ad accettare anche questo”.

5.4 Resistenza morale o autosabotante

Le resistenze morali possono comparire in quei pazienti che se da una parte mostrano di aver messo in atto reali miglioramenti nella loro vita, grazie agli apprendimenti acquisiti in terapia, dall’altra da un determinato momento in poi negano gli stessi progressi ottenuti lamentandosi insistentemente con il terapeuta e mettendo in discussione il prosieguo del trattamento stesso. La resistenza morale è dunque la testimonianza di un intrinseco conflitto tra il cambiamento effettivo della propria vita dettato dal lavoro terapeutico e la capacità di saperlo riconoscere ed accettare.

Il senso di colpa gioca un ruolo centrale in tale resistenza e quello che riscontriamo è come solitamente prenda vita da un vissuto d’inadeguatezza intrinseco alla storia evolutiva del paziente che lo ha visto spesso lottare contro la costante sensazione di non essere meritevole di star bene ed essere felice. Il controtransfert del terapeuta si sostanzia in un forte senso di impotenza e paralisi dell’azione terapeutica. Insomma, qualsiasi cosa si faccia non porterà risultato.

Solitamente, questa specifica resistenza può emergere in una fase 2 avanzata del processo PPI evidenziando quindi una parte autosabotante del modo di funzionare del paziente rispetto alla terapia. Un senso di colpa che può arrivare ad essere molto aggressivo e che tende a voler distruggere gli sforzi ed i miglioramenti ottenuti dallo stesso paziente. È come se il paziente cercasse di mettere in scena tutto questo e “sperare” che il terapeuta sopravviva al senso di impotenza generato.

In queste situazioni, gli interventi riparativi da parte del terapeuta dovranno essere orientati a:

a) Rinforzare i progressi ottenuti in terapia;

b) Rendere consapevole il paziente dell’emergere di un nuovo ostacolo al lavoro che si chiama senso di colpa inconscio;

c) Validare il senso di colpa stesso come parte di sé che va esplorata e compresa alla luce della propria storia ma non più funzionale oggi.

Non interpretare mai la resistenza morale come un lato masochistico della personalità, ossia una parte di sé che prova piacere nello stare a vedere un’altra parte di sé che prende scelte sbagliate, ma altresì come un semplice lato passivo della propria persona.

Una buona metafora da fornire al paziente che renda l’idea di questa particolare dinamica potrebbe essere: “Provi ad immaginarsi di avere dentro una parte di sé che è come se stesse a guardare passivamente un’altra parte di sé che nel frattempo va avanti nella vita e cerca di migliorarsi … c’è l’una e c’è l’altra”.

5.5 Resistenza di fine terapia

La resistenza di fine terapia si riscontra quando, nella fase avanzata del processo terapeutico e dunque dopo aver raggiunto determinati risultati clinici (fase 3 della PPI), si osserva, all’interno delle sedute, uno svuotamento di contenuti portati dal paziente, accompagnato da un più o meno evidente senso di imbarazzo provato anche dal terapeuta. Silenzi, discorsi ridotti al racconto di singoli eventi, numerose domande tendenti a cercare materiale analitico che scarseggia sono esempi di una possibile collusione inconscia di entrambi i membri della coppia terapeutica nell’eludere un compito tipico di questa fase, quello della separazione e dell’autonomia psicologica dalla terapia e dal terapeuta stesso.

È necessario, da parte del professionista, comprendere in tempo utile ed interrompere tale dinamica collusiva, promuovendo interventi che vadano a:

a) Riformulare il lavoro terapeutico fino ad ora svolto in termini di obiettivi raggiunti;

b) Ridefinire eventuali obiettivi ancora da raggiungere;

c) Valutare il rapporto costi/benefici sul prosieguo o meno della terapia;

d) Gestire la possibile chiusura della terapia affrontando timori ed aspettative per il futuro nella consapevolezza di non avere più la seduta settimanale.

Nel caso in cui il terapeuta porti con sé difficoltà nei temi separativi o una fragilità narcisistica, queste non permetteranno al paziente di elaborare la fase di svincolo dalla terapia e, dunque, di interiorizzare la funzione della stessa come bagaglio di strumenti sempre disponibili da richiamare, instillando timori ed insicurezze rispetto alla propria autonomia psicologica ed alla tenuta dei cambiamenti ottenuti anche dopo la fine del percorso.

6. Conclusioni

Le resistenze costituiscono un pool di fenomeni complessi e multidimensionali che vengono costantemente co-costruiti dalla coppia terapeuta-paziente nelle diverse fasi della psicoterapia. L’evoluzione nel modo di intendere la resistenza da una concezione intrapsichica di difesa nei confronti di pulsioni inaccettabili ad una relazionale di comunicazione inconscia ha permesso di comprenderne meglio la natura intersoggettiva e, di conseguenza, il suo ruolo centrale nei meccanismi di rottura e riparazione interattiva, alla base del cambiamento psichico. Nel modello PPI, la nuova riformulazione dei fenomeni di resistenza e l’attenzione alla loro gestione nelle diverse fasi del processo, attraverso specifiche strategie cliniche, permette di promuovere la crescita individuale del paziente attraverso l’ampliamento della propria conoscenza relazionale implicita (sistema di regolazione primario) ed il potenziamento delle capacità di mentalizzazione (sistema di regolazione secondario). Spesso le resistenze, provocate dal paziente o dal terapeuta, attraverso l’agire e la messa in atto nel setting, sono quindi indicatori di un andamento positivo della psicoterapia. La pressione esercitata dalle resistenze presuppone uno stato di affidamento e di speranza nell’altro e nel cambiamento ancora presenti, un lasciare la porta aperta ad una possibile nuova relazione sicura, come quella terapeutica, che ripara e ristruttura.

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I fenomeni di resistenza come momenti di rottura: pattern clinici e strategie di intervento in Psicoterapia Psicodinamica Integrata

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