La psicoterapia psicodinamica integrata: Basi teorico-metodologiche, flessibilità della tecnica e finalità di intervento

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Integrated psychodynamic psychotherapy:

Theoretical and methodological bases, flexibility of the technique and purpose of intervention

 

Caporale R. [1], Battisti V. [2]

 

IRPPI – Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata

IRPPI – Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata

 

Riassunto

In questo lavoro di revisione viene aggiornato il modello teorico-clinico ed il metodo d’intervento di Psicoterapia Psicodinamica Integrata (PPI), nell’ottica di una manualizzazione di processo. La maggiore strutturazione delle fasi, in termini di obiettivi e di tecnica, permetterà di rendere tale approccio più fruibile per la ricerca e dunque oggetto di verifica empirica in psicoterapia, aumentandone il grado di scientificità. La PPI è un metodo di intervento multifasico ad assetto variabile, che si distingue per la costante attenzione alla costruzione e al mantenimento dell’alleanza terapeutica come maggiore fattore di cambiamento in psicoterapia e per il ricorso ad una tecnica flessibile, adattabile al singolo caso clinico. La PPI prevede lo sviluppo progressivo di tre fasi che ripercorrono le principali tappe evolutive e le relative acquisizioni psichiche come proprietà emergenti, in un’ottica riparativa di “limited reparenting”. Il susseguirsi delle fasi permette una progressiva integrazione tra protomentale, pensiero simbolico ed azione rappresentativa, favorendo un armonico equilibrio della personalità.

Parole chiave: Psicoterapia Psicodinamica integrata; intervento multifasico ad assetto variabile; limited reparenting.

Abstract

In this review work, the theoretical-clinical model and the intervention method of Integrated Psychodynamic Psychotherapy (PPI) are updated, with a view to a manual process. The greater structuring of the phases, in terms of objectives and technique, will make this approach more usable for research and therefore subject to empirical verification in psychotherapy, increasing the degree of scientificity. PPI is a multifasic intervention method with variable structure, which is distinguished by the constant attention to the construction and maintenance of the therapeutic alliance as a major factor of change in psychotherapy and for the use of a flexible technique, adaptable to the individual clinical case. The PPI foresees the progressive development of three phases that trace the main evolutionary stages and the related psychic acquisitions as emerging properties, in a reparative perspective of “limited reparenting”. The succession of phases allows a progressive integration between protomental, symbolic thought and representative action, favoring a harmonious balance of personality.

Keywords: Integrated Psychodynamic Psychotherapy; multifasic method with variable structure; limited reparenting.

1. Inquadramento storico e caratteristiche generale della PPI

La Psicoterapia Psicodinamica Integrata (PPI) è un approccio terapeutico che prende vita nel 2004 con la nascita dell’Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata (IRPPI). La scuola, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca con D.M. del 26.07.2004 e G.U. 03.08.2004, grazie al suo corso quadriennale di specializzazione, vanta una tradizione quasi ventennale di formazione alla psicoterapia, e centinaia di professionisti, abilitati ed inseriti nei servizi clinici pubblici e privati di tutto il territorio nazionale.

La PPI è un metodo di intervento multifasico ad assetto variabile, che si distingue per la costante attenzione alla costruzione e al mantenimento dell’alleanza terapeutica, sia negli aspetti verbali che non verbali, come maggiore fattore di cambiamento in psicoterapia (Safran e Muran, 2019; Horvath e Greenberg 1994) e per il ricorso ad una tecnica flessibile, adattabile al singolo caso clinico.

In particolare, la PPI si inserisce nel solco delle psicoterapie evidance based ed è risultata particolarmente efficace in un ampio range di dimensioni psicopatologiche e psicotraumatologiche (quadri nevrotici e psicosomatici, gravi funzionamenti della personalità, disturbi alimentari, nuove dipendenze) e tipologie di setting privati e pubblici (Lago, 2016).

La PPI si fonda su un modello di organizzazione mentale multivello e nasce dall’integrazione tra la tradizione psicodinamica evolutivo-relazionale (Bromberg, 2001, 2011; Mitchell, 2002; Aron, 2004) ed intersoggettiva (Boston Change Process Study Group, 2010; Stern, 2004, 2010), i paradigmi osservativi madre-bambino (Beebe e Lachmann, 2001; Tronick, 2008; Stern, 1985, 2004; Sander, 2007), gli studi su attaccamento e mentalizzazione (Holmes, 2014; Fonagy et al. 2002; Allen e Fonagy, 2006; Allen et al. 2008) e le recenti scoperte della neurobiologia interpersonale dell’ultimo ventennio (Siegel, 1999; Schore, 1994, 2003a, 2003b, 2019; Hill, 2015).

Obiettivo del presente lavoro è la revisione di alcune specificità della teoria e del metodo PPI che nel 2016 ha visto l’ultimo aggiornamento con la stesura del Compendio di psicoterapia, a firma di tutto il nostro gruppo di lavoro e sotto la supervisione del dott. Giuseppe Lago, allora fondatore e direttore della scuola.

2. Basi teorico-metodologiche della PPI

La PPI è una psicoterapia psicodinamica integrata di stampo relazionale ed intersoggettivo.

Per psicodinamica nella nostra accezione s’intende una psicoterapia che interviene sulla ri-regolazione di processi o livelli di organizzazione mentale compromessi. Infatti, da un punto di vista dello sviluppo, la PPI prevede una concezione della mente squisitamente relazionale, che nasce dai continui scambi intersoggettivi con figure di attaccamento sicure, in cui la regolazione degli affetti e l’organizzazione ed integrazione dei molteplici sistemi motivazionali rappresentano tappe maturative della personalità adulta con sanità di base.

Da ciò, ne deriva il taglio psicodinamico di tipo relazionale ed intersoggettivo poiché tali cambiamenti strutturali in psicoterapia sono possibili solo attraverso la nascita di una nuova intersoggettività, ossia la costruzione di una relazione oggettuale riparativa, come quella terapeutica, che possa sostituirsi a strutturati schemi affettivo-relazionali di natura traumatica, questi ultimi responsabili del mantenimento attivo della psicopatologia del paziente. 

Parliamo di psicoterapia integrata perché per far questo la PPI utilizza un pool di tecniche derivate sia dall’approccio psicodinamico che da altri indirizzi quali il sistemico-relazionale (e.g. Selvini et al. 1988; Selvini, 2004), la Schema Therapy (e.g. Young et al., 2007) e le psicoterapie bottom-up (e.g. Ogden et al., 2006). La flessibilità della tecnica consente di facilitare la costruzione di un’alleanza terapeutica attraverso un’ottimale sintonizzazione con lo stile cognitivo e di personalità del singolo paziente, e di poter lavorare a differenti livelli di profondità con un assetto strategico variabile.

3. Il processo e le fasi

La PPI è un metodo di intervento terapeutico multifasico ad assetto variabile.

L’intervento è multifasico poiché prevede lo sviluppo progressivo di tre fasi terapeutiche che ripercorrono le principali tappe evolutive e le relative acquisizioni psichiche come proprietà  emergenti, in un’ottica riparativa di “limited reparenting”.

Dunque, ogni fase ha specifici focus che richiamano altrettante specifiche funzioni da potenziare o riattivare, con la finalità del ripristino di un equilibrio dinamico della personalità.

Le fasi presentano target di lavoro diversi ma interdipendenti, operano a differenti livelli di profondità d’azione, con specificità di metodo e di obiettivi; rispetto allo svolgimento della dinamica di processo, esse si sviluppano in maniera sequenziale ma, in taluni casi, anche con un buon grado di sovrapposizione in determinate singole sedute o momenti d’intervento.

Per assetto variabile s’intende la flessibilità strategica del terapeuta PPI nel decidere quale fase attivare o meno momento per momento, in ogni seduta del processo terapeutico, in rapporto ai differenti funzionamenti mentali ed ai bisogni emotivi del paziente. Infatti, per differenti livelli di organizzazione della personalità, vi sono specificità di struttura in termini di deficit e conflitti che devono essere trattati partendo da fasi differenti. Tali scelte terapeutiche determinano anche la stessa durata dei singoli momenti terapeutici.

Le fasi possono essere distinte in una prima di riorganizzazione emozionale, implicita, in cui la “presenza muta” del terapeuta è l’elemento di cambiamento elettivo, che noi chiameremo fase dell’esperienza emozionale riparativa; in una seconda detta della mentalizzazione, più cognitiva o di sviluppo del pensiero simbolico, in cui l’implicito viene trasformato in esplicito, e il terapeuta funge da cosiddetta funzione Alfa; infine, in una terza di natura educativo comportamentale volta all’espansione dello stato di coscienza attraverso l’uso della parola incarnata e dell’azione rappresentativa.

3.1 Fase 1: l’esperienza emozionale riparativa

La PPI considera la prima fase di un processo terapeutico il momento in cui il paziente è portatore di una crisi. La crisi è la rottura di un equilibrio psichico, ossia di quelle usuali modalità di pensare, sentire e relazionarsi con se stessi e con gli altri che, fino a quel momento, ha contraddistinto l’essere e l’agire nel mondo dell’individuo. Il momento della crisi si palesa agli occhi del terapeuta con una sintomatologia clinicamente significativa che solitamente irrompe nella coscienza del paziente in maniera egodistonica. Il sintomo molto spesso, ma non sempre, è un contenuto emozionale primitivo, chiamato anche protomentale (Bion, 1971, 1972, 1973), che può risultare in eccesso (ansia, agitazione psicomotoria, rabbia impulsiva, acting-in e acting-out) o in difetto (rallentamento psicomotorio, inibizione, anestesia emozionale, disorganizzazione del pensiero e del comportamento). Il protomentale è un primo livello di organizzazione della mente, implicito e subsimbolico, la cui natura è tra il biologico e lo psichico ed è costituito da schemi percettivo-viscerali, emozionali e motori che si iscrivono precocemente nelle strutture limbiche dell’emisfero destro (Schore, 1994, 2003a, 2003b, 2019; Hill, 2015).

Le quote protomentali, quando superano una determinata soglia clinica in eccesso o in difetto, alterano un’omeostasi psiconeurobiologica facendo uscire l’individuo dalla propria finestra di tolleranza emotiva (Siegel, 1999) e determinandone, dunque, una disregolazione. Nei pazienti con gravi funzionamenti di personalità, il prolungarsi di tale disregolazione emotiva è sintomo di un sistema nervoso autonomo con scarse capacità di upregulation o downregulation causate da stati dissociati della personalità (Hill, 2015).

Gli stati dissociati-distegolati sono stati impliciti del sè non riconosciuti e, dunque, non accessibili ad un’elaborazione simbolica successiva. La presenza di stati disregolati-dissociati genera un senso di discontinuità del sè, minandone la coerenza interna e l’unità mente-corpo (Bromberg, 2001, 2011).

Tali stati mentali nascono da traumi precoci dell’intersoggettività all’interno delle prime relazioni di attaccamento (Ammaniti e Gallese, 2014), si riattivano causa situazioni trigger nella vita del paziente, vengono riproposti nel qui ed ora della terapia attraverso fenomeni di enactment (Craparo, 2017) e possono avere con la crisi sintomatologica una nuova chance elaborativa e dunque integrativa.

Soprattutto alla presenza di funzionamenti gravi come quelli psicotici e borderline, in cui il sistema di attaccamento appare sostanzialmente disorganizzato, obiettivo di questa prima fase PPI è la ri-sintonizzazione e la validazione emotiva di parti disconosciute del sè del paziente (o anche cosiddette parti protomentali) e, conseguentemente, di ri-regolazione psiconeurobiologica attraverso il rientro in una finestra di tolleranza emotiva o quota protomentale di base.

Per far questo, il terapeuta dovrà far “fare esperienza emozionale” al paziente di una nuova relazione oggettuale riparativa grazie alla costruzione di una solida alleanza terapeutica. Per relazione oggettuale riparativa s’intende un nuovo campo intersoggettivo ristrutturante e vitalizzante e dunque anche con funzioni regolative (Hill, 2015; Mucci, 2022), che si pone accanto e in alternativa, a relazioni oggettuali traumatiche ossia dissociate e disregolate. Il terapeuta, sintonizzandosi con le parti più traumatiche del paziente, diventa “testimone” della sua sofferenza (Ferenczi, 1932). La testimonianza produce convalida, riconoscimento e dunque piano piano maggiore accettazione/integrazione di sè.

Affinché il paziente faccia una nuova esperienza riparativa, il terapeuta dovrà favorire l’appoggio oggettuale e dunque l’emergere del transfert attraverso la disposizione emotiva (non collusiva) e la messa in campo di un adeguato grado di tolleranza nell’essere “oggetto vecchio”, “contenitore” di modalità disfunzionali e traumatiche. Allo stesso tempo, oltre a validare empaticamente un passato traumatico, il terapeuta gioca per il paziente una funzione di modeling emozionale, rappresentando un valido riferimento rispetto a nuovi apprendimenti impliciti più funzionali nel qui ed ora della terapia. Per questo, egli dovrà essere anche un “oggetto nuovo”, mostrandosi come persona reale più rispondente ai bisogni del paziente, e meno “oggetto di transfert”, rompendo così una coazione a ripetere.

Da qui, l’importanza del clinico riguardo al modo di “esserci” con il paziente, la sua presenza implicita. L’aspirante terapeuta PPI in formazione, attraverso un percorso altamente specialistico di analisi didattica personale, dovrà potenziare alcune skills trasversali umane e professionali per mettere in campo: a) un atteggiamento empatico di ascolto rispettoso teso ad una sintonizzazione affettiva con quelle parti non riconosciute del sè del paziente; b) una flessibilità della tecnica che si adatti ogniqualvolta al singolo caso; c) una distanza relazionale ottimale che permetta l’appoggio oggettuale ma, allo stesso tempo, non la collusione; d) una disposizione all’apertura e all’autenticità ossia una disponibilità ed un sincero interesse riguardo la storia di vita del paziente.

Riassumendo, ad un primo livello di processo PPI, il cambiamento è implicito. Questa è la fase in cui si favorisce la nascita di un’esperienza emozionale riparativa ossia la costruzione di una nuova relazione d’oggetto ristrutturante e vitalizzante attraverso la relazione reale con il terapeuta (o anche detta alleanza terapeutica) improntata alla co-costruzione di obiettivi.

Allo stesso tempo, la costante attività terapeutica di contenimento di elementi protomentali e la trasformazione degli stessi in contenuti di pensiero, grazie al continuo rispecchiamento e marcatura affettiva, favorisce l’abbozzo o la riattivazione di un’adeguata capacità di mentalizzazione, obiettivo centrale della fase successiva.

3.2 Fase 2: la mentalizzazione

La seconda fase ha come focus, sempre in un’ottica di sviluppo dell’apparato psichico e di reparenting, la maturazione delle capacità di mentalizzazione del paziente (Fonagy et al, 2002, Allen e Fonagy, 2006, Allen et. al. 2008). Sostenere la mentalizzazione, o anche detta funzione riflessiva, significa potenziare le capacità simbolico-rappresentazionali, base dell’attività di fantasmatizzazione inconscia e preconscia.

Lavorare terapeuticamente a questo livello vuol dire in altre parole favorire un’elaborazione cognitiva di secondo ordine, simbolica prima come immagine mentale poi come parola, frutto della maturazione di strutture corticali prefrontali (Schore, 1994, 2003a, 2003b, 2019), che possa restituire significato più accurato alle informazioni emotive esperite nel flusso di un campo intersoggettivo primario, trasformando più possibile il protomentale prima in pensiero inconscio poi in pensiero verbale.

La mentalizzazione permette di storicizzare il momento presente, risignificando in maniera più credibile ed accettabile le esperienze affettivo-interpersonali traumatiche del passato, e favorendo, allo stesso tempo, la nascita di nuove trame narrative più funzionali ed integrabili in un sè autobiografico.

Tutto questo porta a far ripartire un processo evolutivo identitario attraverso la costruzione di un’immagine di sè più integrata e conseguentemente un livello di autostima più adeguato.

In molti disturbi di personalità di livello borderline, tali funzioni riflessive sono compromesse e questo comporta l’impossibilità di esperire un’affettività mentalizzata (e.g. Allen e Fonagy, 2006; Mucci, 2022). Questi pazienti hanno accesso ad una forma di pre-rappresentazione ovverosia a delle rappresentazioni parziali, polarizzate del se, degli altri e delle relazioni tutte buone (idealizzate) o tutte cattive (traumatico-persecutorie), con l’incapacità di tenere una visione integrata e dunque pressoché realistica della realtà.

Il terapeuta PPI, grazie a specifici interventi tecnici progressivi di psicoterapia psicodinamica potenzia il livello di mentalizzazione allenando il paziente a costruire associazioni tra elementi protomentali ed immagini mentali e, dunque, favorendo lo sviluppo di un pensiero simbolico condiviso, più aderente alla realtà, in alternativa a rappresentazioni del sè e dell’altro semplicistiche e polarizzate.

Interventi mentalizzanti danno un nome alle emozioni e alle percezioni del corpo, la riformulazione e l’interpretazione generano nuove trame narrative, contrastando quella vaghezza identitaria contraltare di uno sviluppo traumatico e di un attaccamento disorganizzato.

In particolare, la riformulazione del materiale clinico da parte del terapeuta PPI, avvalendosi anche dell’uso della metafora e delle analogie, favorisce la nascita di un pensiero simbolico immaginifico; l’uso poi dell’interpretazione lo traduce da immagine a parola.

Infine, l’analisi del transfert e l’interpretazione dei sogni, elementi cardini del metodo PPI, rappresentano strumenti elettivi nel lavoro di trasformazione da pensiero inconscio a pensiero verbale, da implicito ad esplicito, portando il paziente ad una sempre più piena capacità di mentalizzazione ed introducendolo alla fase successiva del lavoro terapeutico.

3.3 Fase 3: l’espansione dello stato di coscienza

Il terzo ed ultimo livello di sviluppo psichico ha come obiettivo l’espansione della coscienza integrativa che permette, attraverso l’uso della parola incarnata e del movimento come forma artistica, l’unità mente-corpo (Damasio, 1994, 1999; Gallese et al, 2006; Gallese, 2006; Merleau-Ponty, M., 1962), massima espressione della maturità psicologica e della realizzazione del sè.

Infatti, l’unità mente-corpo favorisce un ampliamento dello stato di coscienza sostenendo le capacità realizzatrici dell’individuo. In altre parole, tale livello di integrazione dà la possibilità di trasformare le potenzialità creative in opere, prodotti, o più semplicemente, mettere a terra tutto ciò che si ha già in potenza.

In questo ultimo livello organizzatore della personalità, il pensiero simbolico si deve tradurre in azione rappresentativa, e sia la parola incarnata che il movimento sono gli strumenti elettivi di tale fase, entrambi portatori di un’intenzione comunicativa.

Molti pazienti con funzionamento di personalità sostanzialmente nevrotico soffrono di questa mancanza di maturazione psichica. Essi hanno acquisito sia un senso della soggettività primario, che un pensiero simbolico, sono individui che hanno in se molte potenzialità creative ma faticano o ad esserne consapevoli o ad esprimerle nella vita reale. Sia la prima condizione, legata a meccanismi di rimozione, che la seconda, generata da vissuti di insicurezza ed impotenza, li portano a non riuscire a mettere una firma sulla loro esistenza, come quadri in cerca d’autore.

A questo livello, l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione, il male di vivere sono segni e sintomi di un senso di frustrazione legato all’incapacità di autodeterminazione, di una piena realizzazione del sè.

Emerge il tipico conflitto nevrotico “vorrei ma non posso”, un conflitto tra potenzialità e capacità realizzatrici, tra quello che si vorrebbe e potrebbe essere, e quello che non si riesce ad essere. Dunque, la natura dello stesso acquisisce un’altra sfumatura nella rilettura di oggi, il “non posso” non è solo l’espressione di un senso di colpa derivato da istanze superegoiche ma anche quello di un senso di debolezza, disistima e sfiducia nei confronti della propria persona e della possibilità di incidere sulla realtà in cui si opera modificandola.

La psicoterapia in questa fase diventa una nuova “zona di sviluppo prossimale” (Vygotskij, 1990) in cui il terapeuta PPI aiuta il paziente, attraverso interventi di modeling e scaffolding, a trasformare il pensiero in azione, a mettere a terra le potenzialità, a modificare in maniera attiva la realtà in cui vive in funzione di un maggior fit con i propri veri bisogni psicologici. La soddisfazione dell’esistenza, o in altri termini, la pienezza del sè passa attraverso quanto l’individuo riesca a ritrovare nel mondo qualcosa di lui e quanto si riconosca una parte attiva e agentica in tale processo.

Il terapeuta PPI riprende le chiavi di lettura della dinamica transfert-controtranfert, co-costruite nella fase precedente, e cerca di espandere, attraverso il potere trasformativo della parola incarnata, lo stato di coscienza del sè del paziente, alternando nel susseguirsi delle sedute un lavoro più dinamico-interpretativo ad uno più educativo-comportamentale di messa in pratica di tali insight.

Più nello specifico, egli utilizza l’interpretazione di transfert come punto di partenza per analizzare a livello interpretativo il piano extra transferale e rendere consapevole lo stesso paziente quanto la sua vita di relazione presente sia condizionata da una particolare psicodinamica già messa a fuoco e molto simile a quella sperimentata all’interno del processo terapeutico.

Da qui, tenendo a mente il canovaccio interpretativo e la psicodinamica del paziente, il terapeuta PPI mette in campo una costante attività di scaffolding, attraverso la proposta di esperimenti dal vivo, esercizi e compiti per casa, test di realtà di progressiva difficoltà in cui si cerchi di sperimentare strategie alternative di relazione e la loro efficacia, in un’ottica di intervento più cognitivo-comportamentale di learning by doing, atto a consolidare gli apprendimenti delle fasi precedenti.

La piacevole scoperta della propria agentività ed efficacia personale nel “far accadere le cose” è frutto in questa fase del rapporto osmotico tra terapia e vita: terapeuta e paziente analizzano il problema in chiave psicodinamica ed impostano una strategia in seduta, il paziente mette in pratica nella vita, lo stesso riporta in seduta quello che ha fatto, il terapeuta analizza il comportamento, rinforza o corregge.

Tutto questo cementifica sempre più il link tra pensiero e azione, quello che il paziente pensa e riesce a realizzare, permettendo la completa integrazione mente-corpo ed il conseguente raggiungimento di un senso di pienezza e realizzazione del sè,

Il terapeuta acquisisce in questo momento una funzione di modeling, di supporto, ma anche di “nuovo testimone” accanto al paziente, dalle piccole conquiste nella vita quotidiana alle grandi scelte intraprese, accompagnandolo in un processo di cambiamento in linea con gli insight appresi.

La terapia si conclude in questa fase quando sempre più l’integrazione tra emozione-pensiero-azione porta il paziente ad accorgersi della propria centratura, senso di agentività ed efficacia personale. Questo permette di lasciare il passato nel passato, aumentare la quantità e la qualità dei momenti presenti (o tempo interno) e costruire una capacità progettuale congrua e coerente rispetto agli altri piani temporali.

4. Il cambiamento nella PPI

Il cambiamento nella PPI consiste in un intervento di ristrutturazione dei livelli di organizzazione mentale compromessi, seguendo una linea di lavoro che parte da una ri-regolazione prima del piano emotivo e corporeo detto protomentale (fase dell’esperienza emozionale riparativa), poi di quello affettivo-cognitivo o anche chiamato pensiero simbolico (fase della mentalizzazione), infine del comportamento in quanto azione rappresentativa (fase dell’espansione dello stato di coscienza), in un’ottica di “limited reparenting”.

Nell’ambito di queste diverse fasi, il terapeuta PPI, grazie ad una flessibilità della tecnica e della strategia terapeutica, cambia disposizione di setting e significato evolutivo per il paziente, da testimone empatico dei suoi bisogni più profondi, a collaboratore all’interno di un sistema cooperativo finalizzato alla costruzione di nuove trame narrative, fino a supporto educativo e supervisore delle nuove acquisizioni raggiunte.

La psicopatologia origina dal deficit che rende l’uomo ancora più ambivalente della sua stessa natura. Infatti, la dimensione conflittuale dell’essere umano, seppur ontologica, si esaspera nell’ambito di traiettorie evolutive disfunzionali, creando vuoti di struttura che si possono colmare solamente con la nascita di una nuova intersoggettività vitalizzante e ristrutturante come quella terapeutica.

Da qui, l’importanza della maturità affettiva e psicologica del terapeuta PPI che risulta un fattore determinante nel cambiamento in psicoterapia. Non possiamo chiedere ai pazienti quello che noi evitiamo di chiederci, non possiamo sperare che essi desiderino quello che noi abbiamo rinunciato a desiderare, non possiamo aspettarci da loro ciò che noi non siamo riusciti a realizzare. Tutto questo relega il singolo professionista ad un senso di responsabilità che prima di tutto è personale, e si traduce nella spinta ad un miglioramento continuo in cui non c’è spazio per iperadattamenti e falsi equilibri di vita.

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