La tripolarizzazione borderline: un nuovo modello dissociativo di funzionamento della personalità
Borderline tripolarization: a new dissociative model of personality functioning
Caporale R.¹, Battisti V.², Paoletti A.³, Andreola M. ⁴
¹-⁴ IRPPI – Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata
Riassunto
Il presente lavoro costituisce un aggiornamento della psicodinamica borderline come livello di funzionamento della personalità. Dalla disorganizzazione dell’attaccamento emerge una struttura dissociativa del Sé a tre poli che chiameremo tripolarizzazione borderline, derivata dall’interiorizzazione di una proto-relazione oggettuale traumatica vittima-persecutore e dalla conseguente formazione di una proto-rappresentazione idealizzata Sé-altro come salvatore. Gli stati dissociati del Sé vittima, Sé persecutore e Sé salvatore vengono gestiti attraverso modalità di pensiero preriflessive quali l’equivalenza psichica e continui meccanismi di identificazione proiettiva
ed introiettiva, acting out, somatizzazione, controllo onnipotente ed idealizzazione. L’intervento secondo la psicoterapia psicodinamica integrata (PPI) permette l’elaborazione della relazione oggettuale traumatica e l’integrazione della dissociazione tra polarità protomentali persecutorie e polarità protomentali idealizzate, grazie al lavoro con gli enactment nel qui ed ora della terapia.
Parole chiave: tripolarizzazione borderline; psicodinamica borderline; funzionamento borderline di personalità; dissociazione strutturale; disorganizzazione dell’attaccamento.
Abstract
This work provides an update of borderline psychodynamics as a level of personality functioning. From the disorganization of attachment emerges a dissociative structure of the three-pole Self that we will call borderline tripolarization, derived from the internalization of a traumatic victim persecutor proto-object relationship and the consequent formation of an idealized proto representation of Self-other as savior. The dissociated states of the victim Self, persecutor Self, and savior Self are managed through pre-reflexive modes of thought such as psychic equivalence and continuous mechanisms of projective and introjective identification, acting out, somatization, omnipotent control, and idealization. Intervention according to integrated psychodynamic psychotherapy (PPI) allows the elaboration of the traumatic object relationship and the integration of the dissociation between persecutory protomental polarities and idealized protomental polarities, thanks to work with enactments in the here and now of therapy.
Keywords: borderline tripolarization; borderline psychodynamics; borderline personality functioning; structural dissociation; attachment disorganization.
1. Introduzione ed aggiornamento della categoria borderline secondo la Psicoterapia
Psicodinamica Integrata (PPI)
Con il termine borderline intendiamo uno specifico livello di funzionamento della personalità derivato dagli effetti di uno sviluppo patologico del sistema di attaccamento che si pone al limite tra le polarizzazioni depressivo-narcisistiche e le frammentazioni psicotiche (Caporale e Battisti, 2023b; Caporale et al. 2023). La nostra concezione della categoria borderline condivide molti aspetti con quella ascrivibile al modello Kernberg (e.g. 1997) e, dunque, ai manuali diagnostici psicodinamici – PDM (e.g. 2015) ma se ne distanzia per alcune peculiarità che descriveremo nel presente articolo di aggiornamento.
Così come per tutti gli altri funzionamenti, anche per la patologia di borderline di personalità proponiamo un modo di fare diagnosi da una prospettiva psicodinamica multilivello che prenda in considerazione tre aspetti da indagare: la struttura, il funzionamento e l’organizzazione (Caporale, Battisti, 2024). Più nello specifico, da un punto di vista dinamico-strutturale, la patologia borderline della personalità, caratterizzata dalla cosiddetta “stabile instabilità”, origina per noi da una disorganizzazione del sistema attaccamento e da un mancato sviluppo del sistema motivazionale esplorativo-assertivo.
Tale disorganizzazione dell’attaccamento, derivata da traumi relazionali precoci caratterizzati da violenze ed abusi, genera modelli operativi interni dissociati a tre polarità (stato del Sé vittima, stato del Sé persecutore, stato del Sé salvatore) che, per loro natura e precocità d’insorgenza (primi due anni di vita), si cristallizzano come memorie implicite e non possono essere trasformati in ricordi autobiografici da recuperare per un’elaborazione simbolica di secondo ordine. In altre parole, la particolare tipologia e precocità del trauma e la conseguente specificità nella sua codifica a livello cerebrale produce una difficoltà di passaggio nello sviluppo da processi subsimbolici o protomentali a processi simbolici generando una dissociazione nei succitati sistemi di elaborazione dell’informazione emotiva.
Da ciò ne derivano i caratteristici deficit di mentalizzazione di tali pazienti. Mentre osserviamo da una parte la presenza di un livello protomentale in eccesso che racchiude la memoria della diade vittima-persecutore ed emerge nel comportamento sotto forma di affettività non mentalizzata, dall’altra rileviamo la presenza di un proto-pensiero simbolico, deformato ed ipersemplificato in senso superlativo e idealizzato, frutto delle identificazioni buone residuali e libere dal trauma.
Le proto-rappresentazioni delle relazioni di attaccamento traumatico/persecutorie e le proto rappresentazioni oggettuali idealizzate sono riproposte costantemente ed attualizzate attraverso la modalità dell’equivalenza psichica (Fonagy, 2002; 2008). Inoltre, le dissociazioni tra proto-rappresentazioni traumatiche (polo vittima e polo persecutore) e tra proto-rappresentazioni traumatiche e proto-rappresentazioni idealizzate (polo salvatore) vengono mantenute attive da difese incentrate soprattutto sull’identificazione proiettiva, l’identificazione introiettiva, l’acting-out, la somatizzazione, il controllo onnipotente e l’idealizzazione.
2. Trauma, disorganizzazione dell’attaccamento, disregolazione dell’emisfero destro, deficit di mentalizzazione, Sé alieno
Nella PPI consideriamo l’emergere della personalità con sanità di base come la conseguenza di una relazione di attaccamento sicura che si sviluppa nei primi due anni di vita fra il neonato ed il caregiver. Quest’ultimo, attraverso comunicazioni prima corporee e poi sempre più esplicite e verbali, interpreta lo stato affettivo e il livello di attivazione del piccolo, si sintonizza con lui, fornendogli regolazione sia dal punto di vista emotivo che neurocognitivo. In particolare, è noto come le interazioni, risalenti al primo anno di vita del bambino, essenziali per lo sviluppo dello stile di attaccamento, stabiliscano sia in termini dinamici che in termini di processi neuropsicobiologici, i modelli di auto ed etero regolazione interattiva.
In merito al concetto di regolazione interattiva, da un lato intendiamo la relazione intersoggettiva costituita nel contesto relazionale nel quale avvengono interazioni e scambi (Beebe e Lachmann, 2003; Fonagy, 2008; Stern 1987; Trevarthen, 1998), dall’altro poniamo il focus sui concetti di simulazione incarnata (Gallese, 2003) e di intercorporeità (Gallese, 2007) nel fare riferimento ad aspetti del Sé corporeo e di cognizione motoria. Mucci (2020) argomenta così: “In questa relazione intersoggettiva di sviluppo, il corpo come sistema complesso è la base dello sviluppo futuro ed è profondamente influenzato a livello epigenetico dall’attuale interazione con il sistema corpo-mente-cervello dell’altro nella relazione “. Secondo Schore (2022), inoltre, il Sé soggettivo del bambino nasce da scambi continui fra l’emisfero destro del caregiver e l’emisfero destro in fase di formazione dell’infante, formulando quella che lui stesso definisce “interazione fra emisfero destro–emisfero destro fra un Sé soggettivo ed un altro, che crea un campo interpersonale co-costruito”.
In tale prospettiva l’impatto di una mancata sintonizzazione fra madre-bambino, specialmente nei primi due anni di vita e nelle prime fasi dell’accudimento, ha un effetto disintegrativo sulla formazione del Sé e le manifestazioni sintomatiche e caratteriali del disturbo di personalità si configurano come la complessa risposta bio-psico-mentale del soggetto agli elementi disfunzionali presenti nelle relazioni primarie (Mucci, 2020).
In una prospettiva evolutiva, dunque, un caregiver incapace di sintonizzarsi con il bambino per raggiungere un processo di regolazione affettiva ottimale e per effettuare le necessarie riparazioni delle normali rotture interattive, contribuisce a creare quello che Schore definisce con il termine di trauma relazionale (Schore, 2001a). Molte ricerche nel campo della psicopatologia, studi longitudinali dell’Infant Research e, negli ultimi anni, anche la neurobiologia interpersonale, indicano la centralità dell’attaccamento insicuro e/o disorganizzato nell’eziopatogenesi dei principali disturbi di personalità. Nello specifico, ed in accordo con Fonagy et al. (2002), riteniamo che nel paziente borderline l’attaccamento sia prevalentemente di tipo disorganizzato (Main e Solomon, 1990).
Così Bateman et al. (2010) approfondiscono tale eziopatogenesi: “Esistono molte prove a sostegno dell’ipotesi che i pazienti con BPD abbiano sperimentato in passato un attaccamento disorganizzato, che si associa a problemi nella capacità di regolazione affettiva, attenzione e autocontrollo (Lyons-Ruth et al., 2002; Sroufe et al. 2005). La nostra ipotesi è che questi problemi dipendano anche dal mancato sviluppo di una solida capacità di mentalizzazione. Sebbene questi problemi caratterizzino in pieno il quadro psicopatologico del BPD, possono ritrovarsi in misura significativa anche in altri disturbi, come quelli legati al controllo degli impulsi o quelli caratterizzati principalmente da un disturbo dell’umore o dalla risposta ad un trauma […]. La nostra comprensione degli altri dipende fondamentalmente dalla misura in cui i nostri stati mentali, da piccoli, sono stati adeguatamente compresi da adulti attenti, affettuosi e non minacciosi. La principale minaccia per la mentalizzazione è rappresentata da un trauma psichico, manifestatosi nella prima infanzia o anche in seguito, che compromette la capacità di riflettere sui propri stati mentali e formulare una descrizione narrativa delle proprie esperienze passate. […] Una ridotta capacità di mentalizzare può essere presumibilmente attribuita a uno o più di almeno quattro processi. Primo, il bambino può difensivamente attivare la propria mente di fronte ad un’esperienza di forte ostilità da parte degli altri. Secondo, il bambino “identificandosi con l’aggressore” al fine di ottenere un controllo illusorio sull’abusante, può interiorizzare l’atteggiamento ostile dell’aggressore in una parte aliena (dissociata) del Sé. Benché ciò possa essere temporaneamente d’aiuto, l’atteggiamento ostile dell’abusante finirà in tal modo per essere sperimentato non più come esterno ma come interno al Sé, alimentando un’insostenibile autodistruttività. […] ogni trauma attiva il sistema di attaccamento, intensificando la ricerca della fonte di sicurezza e inibendo la capacità riflessiva. Quando la relazione di attaccamento è essa stessa traumatizzante, il livello di attivazione fisiologica è ancora maggiore perché, ricercando la vicinanza della figura di attaccamento traumatizzante, il bambino potrebbe essere ulteriormente traumatizzato”. Concordiamo, dunque, con l’assunto che la traumaticità, più o meno manifesta e violenta, degli scambi intersoggettivi fra caregiver e bambino, diventi centrale nell’ eziologia del disturbo borderline, con effetti soprattutto sull’emisfero destro in via di sviluppo del bambino (Schore, 2001a; 2001b; 2008a; 2008, b; 2009).
I sintomi che compaiono di fronte ad un trauma (fra cui reazioni di attacco/fuga, stati di freezing ed ipervigilanza) innescano reazioni da parte del sistema nervoso autonomo (specialmente a carico dei sistemi vagale ventrale, vagale dorsale del sistema nervoso parasimpatico e sistema nervoso simpatico-catacolaminergico); tali reazioni rimangono impresse nelle memorie implicite e, a causa degli alti livelli di cortisolo, non vengono codificate a livello dell’ippocampo, permanendo nel sistema limbico e con la possibilità di riattivarsi alla minima stimolazione (similmente ai re-enactment in corso di terapia).
In età evolutiva, la costante riattivazione incongrua delle modalità di attaccamento disfunzionali e disregolate, oltre a bloccare il processo di mentalizzazione, contribuisce alla formazione di un Sé alieno, cioè all’introiezione di parti malevole della figura abusante, necessarie a dis-identificarsi dall’aggressore; l’introiezione del Sé alieno farà, inoltre, esperire al soggetto esperienze continue di estraneità. L’impossibilità di svolgere la funzione riflessiva soprattutto nelle dinamiche interpersonali, costringerà il soggetto a ricorrere a modalità prementali ovvero le modalità di equivalenza psichica, del far finta e la modalità teleologica.
Nell’organizzazione borderline di personalità, tuttavia, le parti ostili internalizzate del caregiver possono anche essere estruse sul corpo altrui (Mucci, 2014; 2020) attraverso agiti, azioni dirette contro la sicurezza altrui e la società fino al compimento di azioni criminose di stampo antisociale. La violenza di alcuni agiti diretti al corpo, così come l’impulsività delle condotte autolesive di molti pazienti, mostrano che l’effetto di un accudimento aggressivo e violento si incarni nel bambino sotto forme di immagini di sé come persecutore e come vittima dislocate non solo nelle rappresentazioni mentali ma anche nel corpo (Mucci, 2020).
Anzichè favorire la formazione di un Sé autentico, il bambino viene quindi costretto ad introiettare e personificare in modo traumatico una parte del Sé adulto violento ed abusante. Così Bateman et al. (2010) intervengono: “Gli individui con BPD possiedono una “normale” capacità di mentalizzazione eccetto che nel contesto delle relazioni di attaccamento, in cui tendono ad interpretare male gli stati mentali propri ed altrui, ciò accade nelle relazioni interpersonali più coinvolgenti e, soprattutto, negli stati di attivazione emotiva. In questo caso emergono modalità prementali di organizzazione della soggettività, che hanno l’effetto di disorganizzare queste relazioni e minare la coesione dell’esperienza del Sé che, in condizioni normali, è sostenuto dalla narrazione promossa dalla mentalizzazione”.
Partendo da tali considerazioni, quindi, concordiamo nel ritenere che l’attaccamento disorganizzato (dovuto alla mancata sintonizzazione dei caregiver e da aspetti traumatici) può portare ad immagini dissociate di sé (Liotti, 2004), insanabilmente non integrabili fra loro, le quali diventano responsabili di fenomeni dissociativi e della tipica diffusione d’identità che caratterizza l’assetto borderline (Clarkin, Yeomans, Kernberg, 2000). In tal senso, la disorganizzazione stessa del sistema di attaccamento può rappresentare l’effetto di un blocco del processo di mentalizzazione e di riflessione sugli stati mentali di sé e dell’Altro (Fonagy et al, 1995).
In considerazione di quanto detto, quindi, ci troviamo in accordo nuovamente con il modello clinico di Mucci e Schore (Mucci 2014, 2017a, 2017b, 2020; Schore 1994, 2001a, 2001b, 2008a, 2008b, 2009) secondo il quale la precocità e la tipologia del trauma (cioè esperienze interpersonali traumatiche nei primi due anni di vita) correla con la gravità del disturbo di personalità.
Per quanto riguarda lo sviluppo del disturbo borderline, i traumi relazionali intercorsi fra il periodo perinatale (primi 2-3 mesi) e i 9-12 mesi del bambino, nei quali prevalgono gravi livelli di disregolazione ed attaccamento insicuro, possono collegarsi a disregolazione del cingolato anteriore e, conseguentemente, a difficoltà nello sviluppo della corteccia orbitofrontale.
Secondo tale impianto teorico, dunque, attaccamenti sicuri prevedono un efficiente funzionamento dei circuiti simpatico e parasimpatico orbitofrontali, attaccamenti insicuri ansiosi presentano iperattività del sistema simpatico, attaccamenti evitanti sono caratterizzati da iperattività dell’inibizione parasimpatica, attaccamenti disorganizzati, sottoposti a importante stress, non hanno accesso a nessuno dei due sistemi per cui la capacità empatica è completamente compromessa.
3. Nuova riorganizzazione diagnostica della personalità borderline secondo il modello PPI
La psicodiagnosi secondo il modello della PPI (Caporale e Battisti, 2024) indaga differenti livelli della personalità: il personologico che misura la qualità e la quantità dei tratti caratteriali derivati dai processi difensivi; il funzionamento che valuta l’adeguatezza dei processi di mentalizzazione come funzione sovraordinata connessa allo sviluppo delle principali funzioni psichiche (es. le rappresentazioni del Sé e dell’altro, la capacità di investimento oggettuale, la tolleranza degli affetti, la regolazione emotivo-affettiva, la coscienza morale); lo strutturale che studia lo sviluppo e l’integrazione dei differenti sistemi motivazionali intersoggettivi attivi. Dunque, in base a tale impostazione diagnostica psicodinamicamente orientata, vedremo come riorganizzare la categoria borderline da un punto di vista della struttura, del funzionamento e dell’organizzazione personologica.
3.1 Struttura dissociativa a tre poli: stati del Sé vittima, persecutore e salvatore
La personalità borderline prende vita da un sistema di attaccamento disorganizzato che non permette il sano sviluppo nel bambino dei successivi compiti evolutivi di esplorazione in autonomia ed assertività. Anche la sessualità derivante da tali asset motivazionali presenterà alterazioni strutturali quali la disinibizione, la compulsiva ricerca del piacere, la perversione e l’esibizionismo con tratti manipolativo-perversi. Il particolare stile disorganizzato genererebbe una caratteristica struttura dissociativa del Sé a tre poli che chiameremo da ora in avanti tripolarizzazione borderline, costituita dai differenti stati di vittima, persecutore e salvatore.
Gli stati del Sé di vittima e persecutore, che definiremo poli persecutori, sono proto-rappresentazioni cosiddette “cattive”, memorie implicite, angosciose ed intollerabili, di natura subsimbolica, derivate dall’interiorizzazione di una relazione oggettuale traumatica primitiva e dall’identificazione con uno stato del Sé alieno. I poli vittima e persecutore vanno dunque a formare una prima dissociazione e nascono da esperienze di accudimento in cui è presente, nei primi due anni di vita ed in maniera continuativa, abuso fisico, sessuale e/o psicologico.
I due stati del Sé si alternano continuamente tra loro, attraverso movimenti di identificazione proiettiva e di identificazione con l’aggressore, mettendo in atto per mezzo delle dinamiche di transfert tutte le differenti configurazioni possibili della relazione persecutoria di attaccamento. Da tale diade oggettuale traumatica si andrebbe a costituire una terza polarità o cosiddetto polo idealizzato, comprendente tutte quelle proto-rappresentazioni cosiddette “buone”, frutto dell’interiorizzazione di esperienze Sé-altro idealizzate ed onnipotenti. Tali memorie, anch’esse di natura implicita, sono responsabili dunque di una seconda forma di dissociazione tra aspetti idealizzati ed aspetti persecutori; esse si formerebbero dall’ipervalutazione di vissuti di accudimento basati sulla sintonizzazione e sul soddisfacimento di bisogni all’interno della matrice di attaccamento, ed andrebbero a costituire uno stato del Sé-altro salvatore come tentativo di risposta compensatoria proprio alle stesse memorie traumatiche.
Questa configurazione di un Sé onnipotente e di una relazione con l’altro idealizzata è il prodotto inevitabile di una distorsione percettiva primaria, un deficit strutturale di elaborazione derivato a propria volta dall’interiorizzazione di una realtà d’attaccamento estremamente negativa perché traumatica. Nel corso del tempo, tali memorie protomentali iperpositive vengono rinforzate prima dallo sviluppo di aspettative grandiose sulle capacità di autonomia e competenza del bambino all’interno della matrice d’attivazione del sistema esplorativo-assertivo, poi dal rispecchiamento imitativo dei modelli socio-culturali, evolvendo da proto rappresentazioni a relazioni oggettuali idealizzate (Sé ideale onnipotente). A questo livello maggiormente evoluto di sviluppo, la relazione oggettuale idealizzata diviene propriamente “salvifica” e dunque assume la funzione di difesa dinamica e sopravvivenza psichica da una relazione d’attaccamento traumatica.
Dunque, a livello strutturale, avremo due poli persecutori, derivanti dall’interiorizzazione della diade vittima-persecutore che alimentano il continuo switch tra identificazioni protomentali con la vittima e con l’aggressore, ed un polo idealizzato costituito da rappresentazioni ipersemplificate del Sé e dell’esperienza con l’altro, che vanno a formare una relazione oggettuale distorta in senso superlativo, che via via diviene contraltare salvifico proprio alla stessa relazione d’accudimento traumatica. Dunque, sarebbe più corretto descrivere il mondo interno del paziente borderline composto da relazioni oggettuali tripolarizzate in cui si alternano stati del Sé-vittima, stati del Sé-persecutore e stati del Sé-salvatore, gestite attraverso continui movimenti d’identificazione proiettiva e
d’identificazione introiettiva.
3.2 Livello di funzionamento pre mentale dell’equivalenza psichica
Tale tripolarizzazione strutturale determina anche l’arresto del processo di mentalizzazione ad una modalità preriflessiva quale quella dell’equivalenza psichica. La prevalenza dell’equivalenza psichica come livello evolutivo primitivo di pensiero porta un’importante cecità nella lettura della mente propria ed altrui: la persona percepirà la realtà esterna come filtrata unicamente dai propri stati mentali distorti che produrranno idee rigide ed inscalfibili (Bateman, Fonagy, 2019).
Questa modalità preriflessiva favorisce da parte del paziente borderline l’attivazione di meccanismi d’identificazione proiettiva ed introiettiva necessari per gestire le relazioni oggettuali traumatiche ed il Sé alieno in particolare. Dunque, l’equivalenza psichica rinforza l’esistenza di una configurazione tripolarizzata della personalità costituita da rappresentazioni dissociate con stati emotivo-affettivi a loro volta polarizzati, dunque, non regolati.
La disregolazione a propria volta non permette un’adeguata tolleranza degli affetti ed inficia l’esame di realtà con scivolamenti di natura disintegrativa. La coscienza morale può mostrare aspetti d’immaturità dato che il Sé ideale qui per il suo carattere peculiare di onnipotenza non permette di integrare il concetto di confine e di regola; quest’ultima potrebbe essere percepita come persecutoria oppure non percepita proprio.
3.3 Meccanismi di identificazione proiettiva, identificazione introiettiva, controllo onnipotente e
idealizzazione dell’oggetto
La tripolarizzazione che caratterizza l’organizzazione borderline è alimentata da assetti difensivi primitivi specifici incentrati su tale dissociazione strutturale. Le polarità di vittima e persecutore sono sostenute o da processi di identificazione proiettiva per il controllo dall’esterno del Sé alieno o da processi di identificazione introiettiva a favore di un’identificazione con l’aggressore. Inoltre, il Sé alieno e la diade vittima-persecutore possono essere anche gestiti attraverso l’acting-out e la somatizzazione, rendendo il corpo allo stesso tempo contenitore ed ostaggio della violenza. Autolesionismo, ipocondria, disturbi alimentari e disturbi psicosomatici di vario genere sono le manifestazioni paradigmatiche di tali funzionamenti di personalità. Altresì, il polo idealizzato del salvatore viene sostenuto o da meccanismi di controllo onnipotente che possono interessare il Sé portandolo ad un sovrainvestimento in senso narcisistico, o da meccanismi di idealizzazione che possono favorire lo sviluppo di forme di dipendenza affettiva nei confronti dell’oggetto.
Rispetto al sovrainvestimento narcisistico del Sé, è importante distinguere una componente narcisistica patologica associata a tale strutturazione borderline da una componente falso Sé derivata più da un funzionamento depressivo-narcisistico. Nel primo caso il narcisismo è secondario ad una dinamica persecutoria, nel secondo caso il narcisismo è una dimensione più strutturale legata ad una dinamica depressiva. Ciò spiega la trasversalità del tratto narcisistico sia nel funzionamento borderline che in quello depressivo-narcisistico ma allo stesso tempo la diversa natura qualitativa.
Rispetto, invece, all’idealizzazione della relazione con l’altro, è importante anche qui fare una giusta distinzione tra una vera e propria modalità dipendente dall’oggetto reale delle personalità borderline, che apre la comorbilità con tutto il mondo delle addiction e delle dipendenze patologiche, ed una modalità dipendente esclusivamente dall’oggetto ideale delle personalità depressive-narcisistiche, legata quindi solo ad alcune caratteristiche grandiose e virtuose dell’oggetto.
4. Intervento PPI come riparazione della dissociazione tra implicito ed esplicito
In accordo con gli approcci teorici che vedono il paziente borderline in terapia impegnato in una ripetizione inconscia di modelli operativi interni disfunzionali con affettività disregolata (MOI disorganizzati), inscritti implicitamente a livello delle regioni limbiche (amigdala, gangli della base, cervelletto) e di alcune aree associative temporo-occipito-parietali, nella PPI il processo d’intervento è caratterizzato dallo sforzo del terapeuta di validare empaticamente affetti alternati di sé vittima e Sé persecutore nel dispiegarsi delle sedute, tramite una continua interconnessione e scambio fra l’emisfero destro del paziente e quello del terapeuta.
In questo modo, gli affetti traumatici incapsulati nel sistema limbico e mai processati a livello ippocampale, possono trovare spazio nella sicurezza della relazione con il terapeuta che, in una posizione di intersoggettività non solo mentale ma anche corporea, gestisce e modula una serie di comunicazioni inconsce e non verbali mutuate da emisfero destro ad emisfero destro; il clinico avrà la funzione di regolare gli affetti traumatici primitivi, inelaborati, non consci, dissociati (elementi protomentali in eccesso derivati dall’attaccamento disorganizzato) che si presenteranno attraverso re-enactment, tramite funzioni proprie prima dell’emisfero destro (empatia, attitudine non giudicante ed affettiva) e poi di quelle dell’emisfero sinistro (linguaggio e riflessività), e attraverso un percorso che integri anche la dimensione corporea della relazione (prossemica, respiro,
comportamento non verbale).
In quest’ottica, durante la prima fase dell’esperienza emozionale riparativa (fase 1 del dispositivo di cura nella PPI), con il paziente che presenta una tripolarizzazione borderline, non è necessario effettuare un mirroring a specchio, bensì risulta essenziale che il terapeuta incarni con il corpo e la postura, la prossemica e l’eloquio, il corretto correlato affettivo e lo restituisca elaborato, consentendo un riequilibrio della quota protomentale di base. Schore, in tal senso afferma: “Rispetto all’approccio psicodinamico classico del lavorare con le successive funzioni simboliche e metaforiche di relazioni oggettuali completamente sviluppate e l’inconscio rimosso, si vede ora uno spostamento ad una forma di ascolto e di interazione con le espressioni fisiologiche preverbali dei primi livelli inconsci della personalità” (cit. Schore, 2022)
Dunque, possiamo riconsiderare la prima fase del dispositivo di cura della PPI come il più significato processo di cambiamento (di tipo implicito) soprattutto nei casi di funzionamento borderline, poiché strettamente correlato alla modulazione del protomentale in eccesso, frutto dell’interiorizzazione della diade vittima-persecutore.
Il protomentale, in quota di base nella personalità con sanità di base, risulterà nelle personalità tripolarizzate a livello borderline in eccesso, disregolato, caratterizzato da cortocircuiti emozionali ed acting out, incapace di accedere a processi di mentalizzazione e di funzionamento riflessivo; l’affettività conseguentemente espressa in seduta potrà essere estrema, disorganizzata, instabile, pronta ad essere agita attraverso forme primitive di transfert (o cosiddetti enactment) che riproporranno la ripetizione di schemi relazionali disfunzionali improntati alla manipolazione ed alla violenza, oppure sotto forma di materiale onirico.
In accordo con le indicazioni di Schore (2022), il terapeuta che utilizza un approccio psicodinamico integrato dovrà concentrarsi, dunque, sulle narrazioni non verbali, inconsce e implicite (connessione fra emisfero destro ed emisfero destro) per sintonizzarsi con il paziente in seduta e fornire un’esperienza emozionale rielaborata o come da noi proposta esperienza emozionale riparativa, basata sulla regolazione interattiva fra emisferi coinvolti.
Quindi, questo tipo di comunicazione non verbale, corporea, implicita appare di fondamentale importanza con quei pazienti in cui il vissuto emotivo può presentarsi incongruo al verbale perché colpito da tale dissociazione tra memorie implicite ed esplicite o in altri termini tra processi dell’inconscio rimosso (dinamico) e non rimosso.
Nello specifico, gli stati emotivi inconsci disregolati del paziente si incontrano con quelli psicobiologicamente regolati del terapeuta in un contesto sicuro (alleanza terapeutica) e assumono salienza nelle reazioni di transfert e controtransfert (Battisti e Caporale, 2025).
Il terapeuta, quindi, monitorando le proprie reazioni controtransferali anche in termini di risposte psicobiologiche ed enterocettive, restituisce nella stanza di terapia, una cornice di senso al tono affettivo della comunicazione, soprattutto in momenti affettivamente intensi o momenti di rottura interattiva.
Il controllo e il monitoraggio degli affetti controtransferali, infatti, appare fondamentale soprattutto nei momenti di re-enactment spontanei in corso di terapia, nei momenti di regressione e di rottura dell’alleanza terapeutica.
L’attualizzazione del trauma, o meglio dell’affettività disregolata ad esso associata, in corso di terapia (ovvero delle rappresentazioni inconsce fortemente negative e di memorie implicite e procedurali immagazzinate nell’emisfero destro) costituisce uno dei principali attacchi al setting terapeutico e all’alleanza co-costruita; in considerazione di ciò l’interpretazione, quindi, va posposta così come la verbalizzazione diretta, fintanto che permangono nella mente del paziente elementi dissociativi o inaccessibili. Sarà necessario piuttosto utilizzare gli enactment e le regressioni emotive ad essi associate, non come rotture insanabili dell’alleanza terapeutica costruita nella fase 1, ma come promotori della crescita o come attivatori di una possibile fiducia epistemica (Schore, 2022).
La possibilità di promuovere interventi di coterapia, come ad esempio l’affiancamento alla PPI di una psicoterapia di gruppo, consente, durante il dispiegarsi della fase interpretativa o nei momenti di enactment e ri-attualizzazione del trauma, il mantenimento del setting, limitando proiezioni ed attacchi al legame, e prevenendo così anche i drop out, sempre possibili nei casi di tripolarizzazione borderline.
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Bibliografia
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